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Σάββατο 12 Σεπτεμβρίου 2020

Libia. Torture nei campi di detenzione: le nuove immagini choc

diktiospartakos.blogspot.com

Katerina Tsapopoulou

Libia. Torture nei campi di detenzione: le nuove immagini choc
Paolo Lambruschi sabato 4 gennaio 2020
Donna appesa a testa in giù e presa a bastonate: le cronache dell'orrore dal lager di Bani Walid, in Libia. Sei morti in due mesi. Spuntano i nomi degli schiavisti: «Ci stuprano e ci uccidono»


Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella "black room", la sala delle torture presente nei centri di detenzione in Libia. Questa è una sequenza di frame del video choc spedito dai suoi aguzzini ai familiari della donna presa a bastonate allo scopo di estorcere soldi per salvare la figlia
 
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Una giovane eritrea appesa a testa in giù urla mentre viene bastonata ripetutamente nella "black room", la sala delle torture presente in molti centri libici per migranti. Il video choc - di cui riportiamo solo alcuni fermo immagine - è stato spedito via smartphone ai familiari della sventurata che devono trovare i soldi per riscattarla e salvarle la vita.
È quello che accade a Bani Walid, centro di detenzione informale, in mano alle milizie libiche. Ma anche nei centri ufficiali di detenzione, dove i detenuti sono sotto la "protezione" delle autorità di Tripoli pagata dall’Ue e dall’Italia: la situazione sta precipitando con cibo scarso, nessuna assistenza medica, corruzione. In Libia l’Unhcr ha registrato 40mila rifugiati e richiedenti asilo, 6mila dei quali sono rinchiusi nel sistema formato dai 12 centri di detenzione ufficiali, il resto in centri come Bani Walid o in strada. In tutto, stima il "Global detention project", vi sarebbero 33 galere. Vi sono anche detenuti soprattutto africani non registrati la cui stima è impossibile.

La vita della ragazza del Corno d’Africa appesa, lo abbiamo scritto sette giorni fa, vale 12.500 dollari. Ma nessuno interviene e continuano le cronache dell’orrore da Bani Walid, unanimente considerato il più crudele luogo di tortura della Libia. Un altro detenuto eritreo è morto qui negli ultimi giorni per le torture inferte con bastone, coltello e scariche elettriche perché non poteva pagare. In tutto fanno sei morti in due mesi. Stavolta non siamo riusciti a conoscere le sue generalità e a dargli almeno dignità nella morte. Quando si apre la connessione con l’inferno vicino a noi, arrivano sullo smartphone con il ronzio di un messaggio foto disumane e disperate richieste di aiuto, parole di angoscia e terrore che in Italia e nella Ue abbiamo ignorato girando la testa o incolpando addirittura le vittime.

«Mangiamo un pane al giorno e uno alla sera, beviamo un bicchiere d’acqua sporca a testa. Non ci sono bagni», scrive uno di loro in un inglese stentato. «Fate in fretta, aiutateci, siamo allo stremo», prosegue. Il gruppo dei 66 prigionieri eritrei che da oltre due mesi è nelle mani dei trafficanti libici si è ridotto a 60 persone stipate nel gruppo di capannoni che formano il mega centro di detenzione in campagna nel quartiere di Tasni al Harbi, alla periferia della città della tribù dei Warfalla, situata nel distretto di Misurata, circa 150 chilometri a sud-est di Tripoli. Lager di proprietà dei trafficanti, inaccessibile all’Unhcr in un crocevia delle rotte migratorie da sud (Sebha) ed est (Kufra) per raggiungere la costa, dove quasi tutti i migranti in Libia si sono fermati e hanno pagato un riscatto per imbarcarsi. Lo conferma lo studio sulla politica economica dei centri di detenzione in Libia commissionato dall’Ue e condotto da "Global Initiative against transnational organized crime" con l’unico mezzo per ora disponibile, le testimonianze dei migranti arrivati in Europa.

I sequestratori, ci hanno più volte confermato i rifugiati di Eritrea democratica contattati per primi dai connazionali prigionieri, li hanno comperati dal trafficante eritreo Abuselam "Ferensawi", il francese, uno dei maggiori mercanti di carne umana in Libia oggi sparito probabilmente in Qatar per godersi i proventi dei suoi crimini. Bani Walid, in base alle testimonianze raccolte anche dall’avvocato italiano stanziato a Londra Giulia Tranchina, è un grande serbatoio di carne umana proveniente da ogni parte dell’Africa, dove i prigionieri vengono separati per nazionalità. Il prezzo del riscatto varia per provenienza e sta salendo in vista del conflitto. Gli africani del Corno valgono di più per i trafficanti perché somali ed eritrei hanno spesso parenti in occidente che sentono molto i vincoli familiari e pagano. Tre mesi fa, i prigionieri eritrei valevano 10mila dollari, oggi 2.500 dollari in più perché alla borsa della morte la quotazione di chi fugge e viene catturato o di chi prolunga la permanenza per insolvenza e viene più volte rivenduto, sale. Il pagamento va effettuato via money transfer in Sudan o in Egitto.

Dunque quello che accade in questo bazar di esseri umani è noto alle autorità libiche, ai governi europei e all’Unhcr. Ma nessuno può o vuole fare niente. Secondo le testimonianze di alcuni prigionieri addirittura i poliziotti libici in divisa entrano in alcune costruzioni a comprare detenuti africani per farli lavorare nei campi o nei cantieri come schiavi.
«Le otto ragazze che sono con noi – prosegue il messaggio inviato dall’inferno da uno dei 60 prigionieri eritrei – vengono picchiate e violentate. Noi non usciamo per lavorare. I carcerieri sono tre e sono libici. Il capo si chiama Hamza, l’altro si chiama Ashetaol e del terzo conosciamo solo il soprannome: Satana». Da altre testimonianze risulta che il boia sia in realtà egiziano e abbia anche un altro nome, Abdellah. Avrebbe assassinato molti detenuti.

Ma anche nei centri di detenzione pubblici in Libia, la situazione resta perlomeno difficile. Persino nel centro Gdf di Tripoli dell’Acnur per i migranti in fase di ricollocamento gestito dal Ministero dell’Interno libico e dal partner LibAid dove i migranti lasciati liberi da altri centri per le strade della capitale libica a dicembre hanno provato invano a chiedere cibo e rifugio. Il 31 dicembre l’Associated Press ha denunciato con un’inchiesta che almeno sette milioni di euro stanziati dall’Ue per la sicurezza, sono stati intascati dal capo di una milizia e vice direttore del dipartimento libico per il contrasto all’immigrazione. Si tratta di Mohammed Kachlaf, boss del famigerato Abd Al-Rahman Al-Milad detto Bija, che avrebbe accompagnato in Italia nel viaggio documentato da Nello Scavo su Avvenire. È finito sulla lista nera dei trafficanti del consiglio di sicurezza Onu che in effetti gli ha congelato i conti.

Ma non è servito a nulla. L’agenzia ha scoperto che metà dei dipendenti di LibAid sono prestanome a libro paga delle milizie e dei 50 dinari (35 dollari) al giorno stanziati dall’Unhcr per forniture di cibo a ciascun migrante, ne venivano spesi solamente 2 dinari mentre i pasti cucinati venìvano redistribuiti tra le guardie o immessi nel mercato nero. Secondo l’inchiesta i danari inoltre venivano erogati a società di subappalto libiche gestite dai miliziani con conti correnti in Tunisia, dove venivano cambiati in valuta locale e riciclati. Una email interna dell’agenzia delle Nazioni Unite rivela come tutti ne fossero al corrente, ma non potessero intervenire. L’Acnur ha detto di aver eliminato dal primo gennaio il sistema dei subappalti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Δευτέρα 3 Φεβρουαρίου 2020

Congo: gli schiavi bambini nell’inferno del cobalto per far batterie di cellulari e auto elettriche



bdtorino.eu 
Nel vigneto ortodosso africano 
 
Congo, bimbi morti e paralizzati nelle miniere di cobalto: class action contro i giganti del digitale. “Rispondano delle vittime”. 
 
La storia dell’uomo ci tramanda che ogni qualvolta una novità tecnica si affaccia con le credenziali di un’invenzione che renderà il futuro migliore, si assiste a una accelerazione dello sviluppo convogliato sui pregi della novità, incurante dei difetti.

Così è stato per l’energia del carbone, per l’avvento del petrolio e dei motori a combustione interna, per l’amianto, per l’energia nucleare, per l’abuso della plastica… Oggi ne contiamo le conseguenze inquinanti, ma già si sta diffondendo la frenetica esaltazione per la soluzione finale, per il motore elettrico, silenzioso e non più inquinante. Sarà così?

Le batterie al litio sono sempre più richieste per dispositivi elettronici e dal nascente mercato delle auto elettriche. Il litio, metallo alcalino lievemente tossico, è molto diffuso in natura; in modo concentrato ed estraibile si trova soprattutto in Sudamerica, ma un altro materiale è necessario agli accumulatori per restituire l'ipotetica energia pulita.


Il cobalto (Co) elemento di numero atomico 27, è un metallo duro simile all’argento, essenziale per la fabbricazione delle batterie al litio. In polvere è molto infiammabile; è lievemente tossico e altrettanto radioattivo, può essere arricchito e usato anche per armamenti nucleari. Non è un materiale che si trova allo stato puro, ma è un sottoprodotto del rame e del nichel. Nell’arco degli ultimi cinque anni, la sua domanda è triplicata e si prevede che entro questo 2020 subirà un ulteriore raddoppio, proprio a causa della richiesta dall’aumento di auto elettriche.

Oltre il 70% del cobalto mondiale, così come il coltan (mix di ossidi ferrosi usati per acciai speciali & mini condensatori elettronici) si trovano nella Repubblica democratica del Congo e nello Zambia, e la maggioranza delle miniere sono sfruttate da multinazionali straniere. Qui, gran parte del lavoro di estrazione, che avviene in totale distruzione dell’ambiente, sempre più oggetto di corruzione politica, viene eseguita quasi del tutto manualmente attraverso un indiscriminato sfruttamento del lavoro minorile.
 

Da una indagine di Amnesty International che risale già a ben quattro anni addietro, nelle strette gallerie e nei cunicoli vengono introdotti bambini di 6-8 anni. Spesso le famiglie sono minacciate e picchiate da un caporalato bestiale, affinché forniscano l’agile manodopera.

Nell’attuale contesto, nonostante tentativi di una revisione dello sfruttamento, diverse multinazionali hanno potuto beneficiare dei ricavi prodotti dalla ricchezza del sottosuolo congolese. Industrie come Glencore, CDM, Randgold, China Molybdenum e altre hanno indirizzato le loro attività nella Repubblica del Congo. Solo, gli svizzeri di Glencore ne ricavano ben il 35% dell’intera produzione mondiale. Nel frattempo, molte altre industrie hanno aperto stabilimenti in prossimità dei siti estrattivi (da Volkswagen ad Apple, da Microsoft a Huawei) assicurandosi così una fetta cospicua della torta mineraria congolese.

Secondo dossier redatti da International Right Advocates (associazione di legali per i diritti umani con sede a Washington), in Congo moltissimi bambini lavorano illegalmente nelle miniere della Glencore, che vende il cobalto a Umicore, un trader basato a Bruxelles, che a sua volta vende il minerale lavorato a Google, Tesla, Microsoft e Dell. Altre miniere sono di proprietà di Zhejiang Huayou Cobalt, azienda cinese che anch’essa fornisce le multinazionali affamate di batterie, da Microsoft ad Apple. 


In queste miniere, in grande espansione per soddisfare la richiesta dei nostri sofisticati giocattoli occidentali e delle nuove automobili ibride e “pulite”, è cosa normale che i minori, sfruttati senza alcuna tutela, rimangano intossicati o peggio, paralizzati o uccisi in seguito a drammatici incidenti causati dalle pesanti condizioni di lavoro a cui sono assoggettati i minori.


Quattordici famiglie congolesi appoggiate da IRAdvocates hanno fatto causa a Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla: chiedono i danni per lavoro forzato e compensazioni per arricchimento illecito, vigilanza negligente e inflizione intenzionale di sofferenza emotiva e fisica. Secondo IRAdvoctes le multinazionali del digitale avevano piena conoscenza del tipo di forza lavoro e delle disumane condizioni a cui era sottoposta per estrarre il cobalto necessario ai propri aggeggi tecnologici.


Non essendo intervenuti per umanizzare il lavoro nelle miniere di cobalto, rende questi colossi complici dello sfruttamento minorile, e in un certo qual modo, nel momento in cui non si ignorano più questi fatti, in parte lo siamo anche noi, viziati fruitori di giocose illusioni, di tecnologia, di presunto progresso e occidentale superiorità. Ogni disinteresse nei confronti di questa realtà, è un’ipotetica complicità alla morte o al ferimento dei piccoli operai che lavorano più di 10 ore per 2 dollari al giorno.

Chi ne scrive, con l’andar della indagine, ne è rimasto molto colpito e ha imparato qualcosa che ritiene importante condividere con il lettore attento a certe distorsioni di questo nostro mondo bifronte, dove spesso, ad ogni operazione tecno economica, corrisponde una ignobile prevaricazione uguale e contraria. Se riteniamo che la batteria del nostro abusato iPhone sia durata troppo poco e sia già ora di cambiarla, pensiamo alla sua storia e alla nostra bella vita.

immagini di repertorio

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/17/congo-bimbi-morti-e-rimasti-paralizzati-nelle-miniere-di-cobalto-class-action-contro-i-giganti-del-digitale-r ispondano-delle-vittime/5622684/

https://aspeniaonline.it/congo-miniere-di-cobalto-e-grandi-interessi-internazionali/

https://www.interris.it/archivio-storico/baby-schiavi-in-congo-le-colpe-delloccidente

http://www.lariscossa.com/2018/10/15/a-chi-appartiene-lafrica/

https://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2016/01/27/news/miniere_di_cobalto-132142114/

Σάββατο 7 Ιουλίου 2018

Popoli della valle dell'Omo


Un gigantesco progetto idroelettrico minaccia i popoli della bassa Valle dell’Omo.
Hanno abitato nella valle per secoli grazie ad efficaci tecniche di sostentamento alimentate dalle piene naturali del fiume Omo.
Ma oggi le tribù rischiano di perdere la loro indipendenza e la sicurezza alimentare, senza esser state nemmeno consultate.

www.survival.it
In English about:
Omo Child: The River and the Bush 
The Omo River Tribes: The HydroElectric Dam Leaving the People of Ethiopia in the Dark

About the Mursi tribe

Una grave minaccia incombe sulla bassa Valle dell’Omo, in Etiopia, dove da secoli vivono diversi popoli indigeni che contano circa 200.000 persone.


© Ingetje Tadros/ingetjetadros.com

Un’enorme diga idroelettrica, la Gibe III, è in costruzione sul fiume Omo e fornirà l’acqua a vaste piantagioni commerciali che si trovano nelle terre ancestrali delle tribù.
La società italiana Salini Costruttori ha iniziato nel 2006 a costruire l’opera, che ora è quasi completa. Le immagini satellitari mostrano che il governo ha iniziato a riempire il bacino della diga.
Il fragile ambiente e i mezzi di sussistenza delle tribù, strettamente legate al fiume e alle sue esondazioni annuali, verranno distrutti.

I Karo (o Kara), contano circa 1000 - 1500 persone e vivono lungo le rive orientali del fiume Omo, nell'Etiopia meridionale.
I Karo (o Kara), contano circa 1000 - 1500 persone e vivono lungo le rive orientali del fiume Omo, nell'Etiopia meridionale.
© Eric Lafforgue/Survival

Dopo aver effettuato alcuni studi preliminari di valutazione, nel 2010 sia la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) sia la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) hanno reso noto di non essere più interessate a finanziare Gibe III.
Ciò nonostante, la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) – la più grande banca cinese – ha accettato di finanziare parte della costruzione della diga, e nel 2012 la Banca Mondiale ha deciso di finanziare le linee di trasmissione dell’energia.
La diga alimenterà centinaia di chilometri di canali di irrigazione deviando l’acqua verso le piantagioni.
Insieme ad altre associazioni locali e internazionali, idrologi e altri studiosi, Survival ritiene che la diga Gibe III e le piantagioni avranno conseguenze catastrofiche sui popoli della bassa Valle dell’Omo, che già vivono ai margini in quest’area arida e difficile.
Scarica il rapporto di Sean Avery ‘What future for Lake Turkana?’

Accaparramento di terre e reinsediamenti forzati

Nel 2011 il governo ha cominciato ad affittare enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti.
Per far spazio al grande progetto statale chiamato Kuraz Sugar Project – che attualmente ricopre 150.000 ettari ma potrebbe fagocitare un’area di 245.000 ettari – le autorità hanno iniziato a sfrattare dalle loro terre i Bodi, i Kwegu e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento. Anche i Suri, che vivono ad ovest dell’Omo, vengono sfrattati con la forza per far posto a vaste piantagioni commerciali.



Forse moriremo
I Kewgu della bassa Valle dell’Omo in Etiopia denunciano di soffrire la fame a causa dello sfratto dalla loro terra e del sistema di irrigazione delle piantagioni, che sta prosciugando il fiume da cui dipendono. Il video risale al 2012, quando iniziarono le operazioni per spianare il territorio della tribù.

I granai delle comunità e i loro preziosi pascoli sono stati distrutti. Chi si oppone al furto delle proprie terre, viene sistematicamente picchiato e confinato in prigione. Numerose sono le denunce di stupro e persino di uccisione degli indigeni da parte dei militari che pattugliano la regione per tutelare gli operai che lavorano alle infrastrutture e alle piantagioni.
A Bodi, Mursi e Suri è stato intimato di liberarsi delle mandrie – che rappresentano una parte essenziale del loro sostentamento – e che nei campi di reinsediamento (dove forse potranno tenere solo qualche capo di bestiame) dovranno dipendere totalmente dagli aiuti governativi.
Scarica il dossier di Human Rights Watch Report ‘What will happen if hunger comes’ (in inglese).
Non è stato effettuato nessuno studio di valutazione d’impatto ambientale o sociale adeguato sulle piantagioni e sugli schemi di irrigazione, e i popoli indigeni interessati non sono stati consultati in merito a questi progetti.
I maggiori donatori di aiuti all’Etiopia, Gran Bretagna e USA, hanno effettuato diverse visite nella regione per indagare sulle violazioni dei diritti umani. Una delegazione di donatori è tornata nella bassa valle dell’Omo nell’agosto 2014 ma i rapporti stilati a seguito della missione sono stati resi noti solo nel settembre 2015, dopo che Survival si è appellata alla Commissione Europea.
Nonostante all’inizio del 2015 la Gran Bretagna abbia dichiarato di non finanziare più il programma Promozione di Servizi di Base (Promoting Basic Services), che molti denunciano sia collegato al reinsediamento forzato, il governo ha aumentato i suoi finanziamenti in altre aree e continua a non spiegare quali meccanismi ha posto in atto per garantire che questi soldi non contribuiscano agli abusi.
Scarica il dossier dell’Istituto Oakland ‘Omo Land Deal Brief’ (in inglese).

Popoli della Valle dell’Omo

La bassa Valle dell’Omo è un territorio di grande bellezza, in cui ecosistemi diversi si intersecano con una delle ultime foreste pluviali sopravvissute nelle regioni aride dell’Africa sub-sahariana. Ad alimentare la straordinaria biodiversità della regione e garantire la sicurezza alimentare dei suoi popoli sono le piene stagionali del fiume, prodotte dalle piogge degli altipiani.

Gruppo festoso di donne Hamar soffiano nei corni e lanciano provocazioni agli uomini Maza che le frustano. Le donne considerano le cicatrici come un segno di devozione nei confronti dei mariti.
Gruppo festoso di donne Hamar soffiano nei corni e lanciano provocazioni agli uomini Maza che le frustano. Le donne considerano le cicatrici come un segno di devozione nei confronti dei mariti.
© Ingetje Tadros/ingetjetadros.com

I Bodi (Me’en), i Daasanach, i Kara (o Karo), i Kwegu (o Muguji), i Mursi e i Nyangatom abitano stabilmente lungo le sponde del fiume, da cui dipendono totalmente. Grazie alle pratiche socio-economiche ed ecologiche complesse che hanno sviluppato, hanno potuto adattarsi a condizioni dure e spesso imprevedibili dovute al clima semi-arido della regione.
Le esondazioni annuali del fiume Omo servono da nutrimento per la ricca biodiversità della regione e assicurano la sicurezza alimentare delle tribù, dato che le piogge sono scarse e irregolari.
Seppur in modi diversi, tutti i popoli della valle dipendono da una varietà di tecniche di sostentamento che si alternano e completano a vicenda con il mutare delle stagioni e delle condizioni climatiche: le coltivazioni di sorgo, mais, fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive dell’Omo, le coltivazioni a rotazione nelle foreste pluviali e la pastorizia nelle savane o nei pascoli generati dalle esondazioni. Alcune tribù, e in particolare i Kwegu, cacciano e pescano.
Bovini, capre e pecore sono essenziali per sostentare la maggior parte dei popoli, che li utilizzano per il sangue, il latte, la carne e le pelli. Il bestiame è di particolare valore e viene usato anche per pagare le doti delle spose.

Canto tribale dalla valle dell’Omo. Registrazione di Daniel Sullivan.
È un elemento fondamentale per difendersi dalla fame quando la pioggia e i raccolti scarseggiano. In alcune stagioni le famiglie si spostano in accampamenti temporanei per fornire alle mandrie nuovo terreno da pascolo, e sopravvivono grazie al latte e al sangue di questi ultimi. I Bodi trascorrono ore ad osservare i loro animali e ad ammirarne valore e bellezza, e spesso compongono canzoni in loro onore.

Ragazzini Hamar con il corpo dipinto di cenere bianca, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del loro popolo.
Ragazzini Hamar con il corpo dipinto di cenere bianca, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del loro popolo.
© Magda Rakita/Survival

Altri popoli, come gli Hamar, i Chai o i Suri e i Turkana vivono più distante, ma grazie ad una rete consolidata di alleanze etniche, possono accedere alle risorse generate dalle piene dell’Omo nei momenti del bisogno, specialmente in caso di siccità e carestie.
Anche se cooperano ed effettuano scambi commerciali, tra alcuni di questi popoli si verificano periodicamente dei conflitti per l’utilizzo delle scarse risorse naturali. Con la progressiva sottrazione di terre da parte del governo, la competizione è andata crescendo e l’introduzione delle armi da fuoco ha reso i litigi più pericolosi di un tempo.

Senza voce

I popoli della valle dell’Omo soffrono da anni per la progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. Negli anni ’60 e ’70, nei loro territori sono stati istituiti due parchi nazionali dalla cui gestione i popoli indigeni sono stati esclusi.

Una famiglia Hamar davanti alla sua casa, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del suo popolo.
Una famiglia Hamar davanti alla sua casa, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del suo popolo.
© Magda Rakita/Survival
 
Negli anni ’80, inoltre, parte delle loro terre sono state trasformate in grandi fattorie irrigate e controllate dallo stato mentre recentemente il governo ha iniziato a convertire altre aree in vaste piantagioni per la produzione di biocarburanti.
I popoli indigeni, che da generazioni usano questa terra per coltivare i propri raccolti e far pascolare le proprie mandrie, non hanno avuto voce in capitolo.
Anche se la costituzione etiope garantisce ai popoli indigeni il diritto alla “piena consultazione” e alla “espressione del proprio punto di vista nella pianificazione e attuazione di politiche e progetti ambientali che li riguardano”, di fatto le comunità indigene vengono raramente consultate in modo appropriato.
I popoli della valle dell’Omo prendono le decisioni pubbliche nel corso di estesi incontri comunitari a cui partecipano tutti gli adulti. L’accesso all’informazione pubblica è pressoché nulla perché pochi parlano l’amarico [la lingua nazionale] e il livello di alfabetizzazione è tra i più bassi d’Etiopia.
I funzionari di USAID che hanno visitato la bassa valle dell’Omo nel gennaio 2009 per valutare l’impatto della diga Gibe III hanno reso noto che le comunità indigene locali non sapevano nulla o praticamente nulla del progetto.
Adesso la gente ha paura – viviamo nel terrore del governo. Per favore, aiutate i popoli pastori dell’Etiopia meridionale, perché sono sotto una grande minaccia.Un indigeno della valle dell’Omo
Con l’obiettivo di limitare al minimo il dibattito civile sulle politiche controverse e censurare il dissenso, nel febbraio 2009 il governo etiope ha varato il decreto 621/2009. Il provvedimento impedisce a qualsiasi associazione o Ong locale che riceva più del 10% dei suoi finanziamenti da fondi esteri (quindi virtualmente tutte le associazioni esistenti nel paese) di lavorare in settori cruciali per la società civile tra cui quello dei diritti umani e della partecipazione democratica.
Nel luglio 2009, l’ufficio giudiziario della regione meridionale ha revocato il riconoscimento a 41 “associazioni comunitarie” locali con l’accusa di non cooperare con le politiche governative. Secondo molti osservatori, si è tratta di una manovra del governo effettuata per sradicare qualsiasi dibattito d’opposizione alla diga.

La diga Gibe III

Nel luglio del 2006, il governo etiope ha affidato alla società italiana Salini Costruttori la realizzazione del più grande progetto idroelettrico mai concepito nel paese, la diga Gibe III. Il contratto è stato concluso senza gara d’appalto in violazione delle leggi etiopi.
Iniziati nel 2006 subito dopo la firma della commessa da 1,4 miliardi di euro, oggi i lavori di costruzione quasi completati e il governo ha iniziato a riempire la riserva a monte.

Uomini Kwegu pescano nelle acque del fiume Omo, Etiopia.
Uomini Kwegu pescano nelle acque del fiume Omo, Etiopia.
© Survival International
 
La diga sbarrerà il corso centro-settentrionale dell’Omo, il fiume che scorre impetuoso per 760 km dall’altopiano etiope fino al Lago Turkana, al confine con il Kenya. Il fiume attraversa i parchi nazionali Mago e Omo e, nel 1980, il suo bacino è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco per la sua particolare importanza geologica e archeologica.
Secondo gli esperti la riduzione del flusso del fiume causerà l’abbassamento del livello del lago Turkana di circa due terzi. Questo distruggerà la riserve ittiche da cui dipendono centinaia di migliaia di indigeni.
Le leggi ambientali etiopi vietano la realizzazione di progetti che non siano stati preventivamente sottoposti a complete valutazioni di impatto ambientale e sociale (Environmental Social Impact Assessment – ESIA). Nonostante questo, l’Authority etiope per la protezione dell’ambiente (EPA) ha approvato retroattivamente le valutazioni d’impatto della Gibe III solo nel luglio 2008, con quasi due anni di ritardo.
Gli studi di impatto della diga Gibe III (ESIA) sono stati effettuati dall’agenzia milanese CESI per conto dell’azienda energetica etiope EEPCo e della società costruttrice Salini. Pubblicati in versione definitiva nel gennaio 2009, i suoi risultati sono saldamente favorevoli al progetto, il cui impatto sull’ambiente e sulle popolazioni interessate viene valutato come “trascurabile” o addirittura “positivo”.
Le analisi [del CESI] si basano su una serie di false premesse e sono ulteriormente compromesse da massicce omissioni, distorsioni e offuscamenti.Africa Resources Working Group (ARWG)
Secondo numerosi esperti indipendenti, la diga, le piantagioni e i canali di irrigazione avranno un enorme impatto sui delicati ecosistemi della regione modificando le esondazioni stagionali del fiume Omo e riducendone drammaticamente il volume. Questo causerà l’inaridimento di molte aree a riva ed farà scomparire la foresta ripariale. I popoli indigeni come gli Kwegu, che dipendono quasi totalmente dalla pesca e dalla caccia, si troveranno senza più nulla.

Nei periodi di siccità, i Nyangatom scavano buche profondissime alla ricerca di acqua. Letto del fiume Kibish, Etiopia.
Nei periodi di siccità, i Nyangatom scavano buche profondissime alla ricerca di acqua. Letto del fiume Kibish, Etiopia.
© Serge Tornay/Survival

Gravissime, denunciano gli scienziati, anche le ripercussioni sul lago Turkana del Kenya, che riceve più del 90% delle sue acque dal fiume Omo. Il drastico abbassamento del livello del lago potrebbe compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno altre 300.000 persone tra cui i Turkana e i Rendille, che dal lago dipendono per pescare e procurarsi acqua potabile.

Dossier e documenti per approfondimenti:

- La lettera inviata da Survival ai ministri Giulio Tremonti e Franco Frattini (in italiano).
- La prima lettera inviata da Survival ai Direttori della Banca Africana di Sviluppo (in italiano).
- Il dossier di International Rivers La Diga Gibe III in Etiopia – Causa di carestie e conflitti (in italiano).
- Il dossier dell’associazione Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) L’Affare Gilgel Gibe – Tutto quello che la cooperazione non dovrebbe fare (in italiano).
- Lake Turkana and the Lower Omo – Hydrological Impacts of Major Dam and Irrigation Projects (Il lago Turkana e la bassa Valle dell’Omo – Impatti idrologici di una grande diga e dei progetti di irrigazione) è stato pubblicato dal Centro Studi africani dell’Università di Oxford.
- Humanitarian Catastrophe and Regional Armed Conflict Brewing in the Transborder Region of Ethiopia, Kenya and South Sudan (Catastrofe umanitaria e conflitto regionale armato nella zona di confine tra Etiopia, Kenya e Sud Sudan), di Claudia J. Carr e pubblicato dall’Africa Resources Working Group.
- The Downstream Impacts of Ethiopia’s Gibe III Dam – East Africa’s Aral Sea in the Making? (L’impatto a valle della diga Gibe III in Etiopia – Il futuro lago d’Aral dell’Africa Orientale?) pubblicato da International Rivers.
- Human Rights Watch Report ‘What will happen if hunger comes (in inglese).
- Il dossier dell’Istituto Oakland Omo Land Deal Brief (in inglese).
 
Passa all'azione! Aiuta popoli della valle dell'Omo
  • Manda una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati, direttamente o indirettamente, per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo.
  • Effettua una donazione per sostenere la campagna di Survival per le tribù della Valle dell’Omo e altri popoli minacciati.
  • Guarda e diffondi Arrivano i nostri!, un breve filmato che con illustrazioni brillanti e umorismo tagliente racconta la storia dei popoli indigeni distrutti nel nome dello “sviluppo”.
 

Πέμπτη 28 Ιουνίου 2018

L'Africa: un Paese martoriato dalla guerra


L'Africa è il continente in cui si combattono le guerre più spietate al mondo

La foto viene da qui

it.blastingnews.com

L'africa è un paese ricco di risorse naturali e ciò nonostante diventa sempre più povero. Ovviamente le Guerre contribuiscono maggiormente, dal punto di vista economico, a far sprofondare in crisi umanitarie perenni questo meraviglioso Paese. Il continente africano formato da 54 paesi, di cui più della metà sono coinvolti in sanguinose guerriglie umane, combattute tra milizie, gruppi separatisti e anarchici in azione.
L'Africa un paese martoriato dalla guerra - Da sempre nel Continente nero, le etnie e le tribù più disparate (con l'interferenza dell'Occidente), si contendono lo stesso territorio e le stesse risorse. Un Paese dalle grandi contraddizioni: così ricco di risorse minerarie, di potenzialità, di mete turistiche e allo stesso tempo simbolo del "Terzo Mondo".
Dove ogni anno muoiono milioni di persone per la fame e dove le popolazioni, nonostante si dichiarino stanche dei massacri, continuano a combattere tra di loro.

25 Stati coinvolti in guerre

Sicuramente uno dei paesi più colpiti dal conflitto civile è la Somalia. Governata da Siad Barre per 30 anni, grazie anche all'aiuto economico di USA e ex URSS e di una politica interna intollerante, fu spodestato nel 1991. Da più parti accusato di essere il colpevole per la suddivisione del paese in clan, sub-clan e sub-sub-clan. Dopo la sua deposizione Mogadiscio diventa terreno di scontro tra Ali Mahidi e il generale Aidid e il paese cade in una sanguinosa guerra civile che fino ad oggi è costata la vita a più di mezzo milioni di essere umani.
Un altro paese sempre in guerra è la Libia del post-Gheddafi.
Dopo la sua morte, il paese è in un caos totale. Alcune zone sono controllate da due Governi, altre fuori di ogni controllo statale e una parte controllata dall'ISIS. Ma la vera ragione del conflitto è l'egemonia totale sul petrolio non solo da parte dell'ISIS, ma anche da parte dell'Occidente.
La Nigeria di Buhari, Presidente dal 2015, sta attraversando uno dei momenti più significativi della sua storia. Nel silenzio generale dei media, gli indipendentisti della Repubblica di Biafra, stato secessionista nel sud-est della Nigeria, e i fondamentalisti di Boko Haram nel nord del paese, stanno attuando una repressione capillare, con aree rase al suolo, rapimento e stragi di donne.
Poi c'è il Mali, una delle perle del deserto del Sahara, che aveva iniziato il suo processo di democratizzazione, ma che nel 2012 ha assistito inerme, in primis, alla secessione dell'Asawad, terra natale dei Tuareg (tribù degli ultimi uomini liberi), da parte del Movimento di Liberazione Nazionale. Poi all'ascesa degli islamisti ed infine all'attacco militarizzato della Francia, che nonostante l'accordo di pace, tra Bamako e i ribelli, nel nord si registrano ancora scontri.

Sfruttamento di coltan, oro e diamanti

Guerre infinite per lo sfruttamento delle risorse minerarie, come il coltan (materiale utilizzato nell'industria elettronica), l'oro e i diamanti, nel Sud Sudan e nel Congo. Dove gli scontri avvengono anche tra bambini-soldati e "signori della guerra" senza scrupoli. [VIDEO]
Altri paesi interessati dagli scontri interni da parte dei ribelli sono: l'Egitto (instabilità successiva alla rivolta del 2011); la Tunisia, da dove è partita la primavera araba nel dicembre 2010; la Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri della Terra, dove è ancora in atto, nonostante l'accordo di pace, una guerra civile tra i miliziani animisti anti-balaka e i musulmani Seleka; il Kenya, dove al momento a creare apprensione è il gruppo jiadista Al-Shabaab.

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Le guerre in Africa: dove e per cosa si uccide nel Continente nero 
Categoria:Guerre in Africa - Wikipedia 
L’Africa dei saccheggi e l’Africa della resistenza
 

Τρίτη 26 Ιουνίου 2018

L’Africa dei saccheggi e l’Africa della resistenza



Il continente africano detiene un triste primato, che ormai da decenni lo vede come uno dei territori maggiormente soggetti a colonizzazione e sfruttamento da parte delle compagnie estere che si spartiscono le risorse di una Terra violentata dalla deforestazione e dalle guerre civili.
Guerre civili che spesso sono alimentate dalle stesse multinazionali giunte in Africa con intenzioni di conquista, come nel caso del mercato del coltan, minerale estratto in Congo utilizzato per nella fabbricazione di pc e cellulari, che le varie aziende ripagano in armi da distribuire alle milizie locali perché possano garantire loro il controllo sulle miniere, esattamente come capitò anni addietro nel caso dei diamanti insanguinati. Per non parlare delle estrazioni petrolifere condotte da Shell e Agip negli anni novanta, che hanno provocato l’inquinamento del Delta del Niger, azioni, queste, che non sono rimaste impunite grazie all’impegno e alla lotta del popolo Ogoni e del poeta attivista Ken Saro Wiwa che, insieme ad altr* otto attivist*, ha dato la vita per la libertà del suo popolo e delle terre abitate.
A 20 anni dal suo assassinio per mano di Shell, la multinazionale in questione non ha ancora provveduto alla bonifica dei bacini idrici inquinati, il cui inquinamento ogni giorno mette a rischio la sussistenza e sopravvivenza delle popolazioni locali.
Non manca poi il fenomeno del land-grabbing (accaparramento delle terre), una pratica condotta dalle multinazionali per ottenere vaste aree di territorio, spesso foreste vergini, per convertirle in monocolture industriali di cotone, mais e palme da olio, in particolare per la produzione di biocarburanti.
Queste operazioni provocano l’esproprio immediato delle popolazioni locali che, senza alcun preavviso, si trovano costrette ad abbandonare la propria casa dopo che il governo ha affittato interi territori alle multinazionali di turno, come accaduto recentemente in Etiopia.
La valle dell’Omo è il territorio colpito in questo caso, dove abitano numerose tribù come Bodi, Kwegu, Suri e Mursi, popoli che già sono stati sfrattati e trasferiti in campi di reinsediamento per far spazio appunto alle multinazionali. Qui all’orizzonte vi è il progetto della diga idroelettrica Gibe III, già in funzione, e che potrebbe essere ultimato entro il 2018.


Gibe III, costruita sulla parte bassa dell’Omo al costo di 1.8 miliardi di dollari, consiste in una diga di 797 piedi di altezza (circa 243 metri), un bacino che ha la capacità di conservare 14700 milioni di metri cubi d’acqua.
Il fiume Omo rifornisce per il 90% il lago Turkama, situato nel Kenya nord occidentale, e si stima che il progressivo riempimento del bacino idroelettrico indebolirà il suo flusso di circa 2/3 nel giro di tre anni, mettendo a rischio la sopravvivenza di circa 300 persone.
Questa volta a finanziare e condurre questo progetto non è un colosso straniero dal nome conosciuto e altisonante, ma una multinazionale tutta italiana, Salini-Impregilo, che ha fatto dello sfruttamento dei territori e dell’esproprio dei popoli il suo marchio di fabbrica.
Salini-Impregilo è una multinazionale ben nota in Italia, detentrice di vari appalti, tra cui la costruzione di alcune linee dell’alta velocità, come quella del Terzo Valico Genova-Tortona, i cui lavori hanno causato l’esproprio di numerose famiglie e l’avvelenamento di interi territori a causa dell’amianto estratto nel corso degli schiavi, e la linea Bologna-Firenze, un’opera da cinque miliardi e mezzo di euro che è costata la morte di 81 torrenti, 37 sorgenti idriche, 30 pozzi e 5 acquedotti, inquinando con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua.
Queste sono solo alcune delle devastazioni di cui Salini-Impregilo è colpevole, ma può vantare anche l’interessamento nella costruzione dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria, lo smaltimento dei rifiuti in Campania, e nella realizzazione della TEM (Tangenziale Est Esterna Milano) che ha causato l’esproprio di numerosi piccoli agricoltori e contadini.
La multinazionale italiana recentemente si è anche aggiudicata l’appalto per la realizzazione dell’area residenziale a Shamal, in Qatar, un’opera che rientra nei lavori necessari allo svolgimento del mondiale di calcio 2022, per il quale sono già deceduti oltre 1.300 lavoratori impiegati nei cantieri per la costruzione di stadi e infrastrutture.
Dove c’è Impregilo c’è sfruttamento, verrebbe da dire, lo slogan più adatto a un’azienda che sparge cemento in ogni parte del globo, senza alcun rispetto per la vita umana e la salute dei territori, ma solo per le proprie tasche.
Vogliamo dedicare questo articolo alla memoria di Ken Saro Wiwa che, a 20 anni dalla sua morte rimane indimenticato, esempio per chi lotta per la liberazione della Terra, per la difesa di valori che vanno ben oltre il mero guadagno.
A lui, a chi ha dato la vita per difendere la Terra e a chi ogni giorno dedica la propria vita a contrastare chi colonizza e devasta i territori nel nome del dio denaro vanno il nostro pensiero e la nostra ammirazione.