Τρίτη 26 Ιουνίου 2018

L’Africa dei saccheggi e l’Africa della resistenza



Il continente africano detiene un triste primato, che ormai da decenni lo vede come uno dei territori maggiormente soggetti a colonizzazione e sfruttamento da parte delle compagnie estere che si spartiscono le risorse di una Terra violentata dalla deforestazione e dalle guerre civili.
Guerre civili che spesso sono alimentate dalle stesse multinazionali giunte in Africa con intenzioni di conquista, come nel caso del mercato del coltan, minerale estratto in Congo utilizzato per nella fabbricazione di pc e cellulari, che le varie aziende ripagano in armi da distribuire alle milizie locali perché possano garantire loro il controllo sulle miniere, esattamente come capitò anni addietro nel caso dei diamanti insanguinati. Per non parlare delle estrazioni petrolifere condotte da Shell e Agip negli anni novanta, che hanno provocato l’inquinamento del Delta del Niger, azioni, queste, che non sono rimaste impunite grazie all’impegno e alla lotta del popolo Ogoni e del poeta attivista Ken Saro Wiwa che, insieme ad altr* otto attivist*, ha dato la vita per la libertà del suo popolo e delle terre abitate.
A 20 anni dal suo assassinio per mano di Shell, la multinazionale in questione non ha ancora provveduto alla bonifica dei bacini idrici inquinati, il cui inquinamento ogni giorno mette a rischio la sussistenza e sopravvivenza delle popolazioni locali.
Non manca poi il fenomeno del land-grabbing (accaparramento delle terre), una pratica condotta dalle multinazionali per ottenere vaste aree di territorio, spesso foreste vergini, per convertirle in monocolture industriali di cotone, mais e palme da olio, in particolare per la produzione di biocarburanti.
Queste operazioni provocano l’esproprio immediato delle popolazioni locali che, senza alcun preavviso, si trovano costrette ad abbandonare la propria casa dopo che il governo ha affittato interi territori alle multinazionali di turno, come accaduto recentemente in Etiopia.
La valle dell’Omo è il territorio colpito in questo caso, dove abitano numerose tribù come Bodi, Kwegu, Suri e Mursi, popoli che già sono stati sfrattati e trasferiti in campi di reinsediamento per far spazio appunto alle multinazionali. Qui all’orizzonte vi è il progetto della diga idroelettrica Gibe III, già in funzione, e che potrebbe essere ultimato entro il 2018.


Gibe III, costruita sulla parte bassa dell’Omo al costo di 1.8 miliardi di dollari, consiste in una diga di 797 piedi di altezza (circa 243 metri), un bacino che ha la capacità di conservare 14700 milioni di metri cubi d’acqua.
Il fiume Omo rifornisce per il 90% il lago Turkama, situato nel Kenya nord occidentale, e si stima che il progressivo riempimento del bacino idroelettrico indebolirà il suo flusso di circa 2/3 nel giro di tre anni, mettendo a rischio la sopravvivenza di circa 300 persone.
Questa volta a finanziare e condurre questo progetto non è un colosso straniero dal nome conosciuto e altisonante, ma una multinazionale tutta italiana, Salini-Impregilo, che ha fatto dello sfruttamento dei territori e dell’esproprio dei popoli il suo marchio di fabbrica.
Salini-Impregilo è una multinazionale ben nota in Italia, detentrice di vari appalti, tra cui la costruzione di alcune linee dell’alta velocità, come quella del Terzo Valico Genova-Tortona, i cui lavori hanno causato l’esproprio di numerose famiglie e l’avvelenamento di interi territori a causa dell’amianto estratto nel corso degli schiavi, e la linea Bologna-Firenze, un’opera da cinque miliardi e mezzo di euro che è costata la morte di 81 torrenti, 37 sorgenti idriche, 30 pozzi e 5 acquedotti, inquinando con sostanze tossiche 24 corsi d’acqua.
Queste sono solo alcune delle devastazioni di cui Salini-Impregilo è colpevole, ma può vantare anche l’interessamento nella costruzione dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria, lo smaltimento dei rifiuti in Campania, e nella realizzazione della TEM (Tangenziale Est Esterna Milano) che ha causato l’esproprio di numerosi piccoli agricoltori e contadini.
La multinazionale italiana recentemente si è anche aggiudicata l’appalto per la realizzazione dell’area residenziale a Shamal, in Qatar, un’opera che rientra nei lavori necessari allo svolgimento del mondiale di calcio 2022, per il quale sono già deceduti oltre 1.300 lavoratori impiegati nei cantieri per la costruzione di stadi e infrastrutture.
Dove c’è Impregilo c’è sfruttamento, verrebbe da dire, lo slogan più adatto a un’azienda che sparge cemento in ogni parte del globo, senza alcun rispetto per la vita umana e la salute dei territori, ma solo per le proprie tasche.
Vogliamo dedicare questo articolo alla memoria di Ken Saro Wiwa che, a 20 anni dalla sua morte rimane indimenticato, esempio per chi lotta per la liberazione della Terra, per la difesa di valori che vanno ben oltre il mero guadagno.
A lui, a chi ha dato la vita per difendere la Terra e a chi ogni giorno dedica la propria vita a contrastare chi colonizza e devasta i territori nel nome del dio denaro vanno il nostro pensiero e la nostra ammirazione.

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