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Σάββατο 7 Ιουλίου 2018

Popoli della valle dell'Omo


Un gigantesco progetto idroelettrico minaccia i popoli della bassa Valle dell’Omo.
Hanno abitato nella valle per secoli grazie ad efficaci tecniche di sostentamento alimentate dalle piene naturali del fiume Omo.
Ma oggi le tribù rischiano di perdere la loro indipendenza e la sicurezza alimentare, senza esser state nemmeno consultate.

www.survival.it
In English about:
Omo Child: The River and the Bush 
The Omo River Tribes: The HydroElectric Dam Leaving the People of Ethiopia in the Dark

About the Mursi tribe

Una grave minaccia incombe sulla bassa Valle dell’Omo, in Etiopia, dove da secoli vivono diversi popoli indigeni che contano circa 200.000 persone.


© Ingetje Tadros/ingetjetadros.com

Un’enorme diga idroelettrica, la Gibe III, è in costruzione sul fiume Omo e fornirà l’acqua a vaste piantagioni commerciali che si trovano nelle terre ancestrali delle tribù.
La società italiana Salini Costruttori ha iniziato nel 2006 a costruire l’opera, che ora è quasi completa. Le immagini satellitari mostrano che il governo ha iniziato a riempire il bacino della diga.
Il fragile ambiente e i mezzi di sussistenza delle tribù, strettamente legate al fiume e alle sue esondazioni annuali, verranno distrutti.

I Karo (o Kara), contano circa 1000 - 1500 persone e vivono lungo le rive orientali del fiume Omo, nell'Etiopia meridionale.
I Karo (o Kara), contano circa 1000 - 1500 persone e vivono lungo le rive orientali del fiume Omo, nell'Etiopia meridionale.
© Eric Lafforgue/Survival

Dopo aver effettuato alcuni studi preliminari di valutazione, nel 2010 sia la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) sia la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) hanno reso noto di non essere più interessate a finanziare Gibe III.
Ciò nonostante, la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) – la più grande banca cinese – ha accettato di finanziare parte della costruzione della diga, e nel 2012 la Banca Mondiale ha deciso di finanziare le linee di trasmissione dell’energia.
La diga alimenterà centinaia di chilometri di canali di irrigazione deviando l’acqua verso le piantagioni.
Insieme ad altre associazioni locali e internazionali, idrologi e altri studiosi, Survival ritiene che la diga Gibe III e le piantagioni avranno conseguenze catastrofiche sui popoli della bassa Valle dell’Omo, che già vivono ai margini in quest’area arida e difficile.
Scarica il rapporto di Sean Avery ‘What future for Lake Turkana?’

Accaparramento di terre e reinsediamenti forzati

Nel 2011 il governo ha cominciato ad affittare enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti.
Per far spazio al grande progetto statale chiamato Kuraz Sugar Project – che attualmente ricopre 150.000 ettari ma potrebbe fagocitare un’area di 245.000 ettari – le autorità hanno iniziato a sfrattare dalle loro terre i Bodi, i Kwegu e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento. Anche i Suri, che vivono ad ovest dell’Omo, vengono sfrattati con la forza per far posto a vaste piantagioni commerciali.



Forse moriremo
I Kewgu della bassa Valle dell’Omo in Etiopia denunciano di soffrire la fame a causa dello sfratto dalla loro terra e del sistema di irrigazione delle piantagioni, che sta prosciugando il fiume da cui dipendono. Il video risale al 2012, quando iniziarono le operazioni per spianare il territorio della tribù.

I granai delle comunità e i loro preziosi pascoli sono stati distrutti. Chi si oppone al furto delle proprie terre, viene sistematicamente picchiato e confinato in prigione. Numerose sono le denunce di stupro e persino di uccisione degli indigeni da parte dei militari che pattugliano la regione per tutelare gli operai che lavorano alle infrastrutture e alle piantagioni.
A Bodi, Mursi e Suri è stato intimato di liberarsi delle mandrie – che rappresentano una parte essenziale del loro sostentamento – e che nei campi di reinsediamento (dove forse potranno tenere solo qualche capo di bestiame) dovranno dipendere totalmente dagli aiuti governativi.
Scarica il dossier di Human Rights Watch Report ‘What will happen if hunger comes’ (in inglese).
Non è stato effettuato nessuno studio di valutazione d’impatto ambientale o sociale adeguato sulle piantagioni e sugli schemi di irrigazione, e i popoli indigeni interessati non sono stati consultati in merito a questi progetti.
I maggiori donatori di aiuti all’Etiopia, Gran Bretagna e USA, hanno effettuato diverse visite nella regione per indagare sulle violazioni dei diritti umani. Una delegazione di donatori è tornata nella bassa valle dell’Omo nell’agosto 2014 ma i rapporti stilati a seguito della missione sono stati resi noti solo nel settembre 2015, dopo che Survival si è appellata alla Commissione Europea.
Nonostante all’inizio del 2015 la Gran Bretagna abbia dichiarato di non finanziare più il programma Promozione di Servizi di Base (Promoting Basic Services), che molti denunciano sia collegato al reinsediamento forzato, il governo ha aumentato i suoi finanziamenti in altre aree e continua a non spiegare quali meccanismi ha posto in atto per garantire che questi soldi non contribuiscano agli abusi.
Scarica il dossier dell’Istituto Oakland ‘Omo Land Deal Brief’ (in inglese).

Popoli della Valle dell’Omo

La bassa Valle dell’Omo è un territorio di grande bellezza, in cui ecosistemi diversi si intersecano con una delle ultime foreste pluviali sopravvissute nelle regioni aride dell’Africa sub-sahariana. Ad alimentare la straordinaria biodiversità della regione e garantire la sicurezza alimentare dei suoi popoli sono le piene stagionali del fiume, prodotte dalle piogge degli altipiani.

Gruppo festoso di donne Hamar soffiano nei corni e lanciano provocazioni agli uomini Maza che le frustano. Le donne considerano le cicatrici come un segno di devozione nei confronti dei mariti.
Gruppo festoso di donne Hamar soffiano nei corni e lanciano provocazioni agli uomini Maza che le frustano. Le donne considerano le cicatrici come un segno di devozione nei confronti dei mariti.
© Ingetje Tadros/ingetjetadros.com

I Bodi (Me’en), i Daasanach, i Kara (o Karo), i Kwegu (o Muguji), i Mursi e i Nyangatom abitano stabilmente lungo le sponde del fiume, da cui dipendono totalmente. Grazie alle pratiche socio-economiche ed ecologiche complesse che hanno sviluppato, hanno potuto adattarsi a condizioni dure e spesso imprevedibili dovute al clima semi-arido della regione.
Le esondazioni annuali del fiume Omo servono da nutrimento per la ricca biodiversità della regione e assicurano la sicurezza alimentare delle tribù, dato che le piogge sono scarse e irregolari.
Seppur in modi diversi, tutti i popoli della valle dipendono da una varietà di tecniche di sostentamento che si alternano e completano a vicenda con il mutare delle stagioni e delle condizioni climatiche: le coltivazioni di sorgo, mais, fagioli nelle radure alluvionali lungo le rive dell’Omo, le coltivazioni a rotazione nelle foreste pluviali e la pastorizia nelle savane o nei pascoli generati dalle esondazioni. Alcune tribù, e in particolare i Kwegu, cacciano e pescano.
Bovini, capre e pecore sono essenziali per sostentare la maggior parte dei popoli, che li utilizzano per il sangue, il latte, la carne e le pelli. Il bestiame è di particolare valore e viene usato anche per pagare le doti delle spose.

Canto tribale dalla valle dell’Omo. Registrazione di Daniel Sullivan.
È un elemento fondamentale per difendersi dalla fame quando la pioggia e i raccolti scarseggiano. In alcune stagioni le famiglie si spostano in accampamenti temporanei per fornire alle mandrie nuovo terreno da pascolo, e sopravvivono grazie al latte e al sangue di questi ultimi. I Bodi trascorrono ore ad osservare i loro animali e ad ammirarne valore e bellezza, e spesso compongono canzoni in loro onore.

Ragazzini Hamar con il corpo dipinto di cenere bianca, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del loro popolo.
Ragazzini Hamar con il corpo dipinto di cenere bianca, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del loro popolo.
© Magda Rakita/Survival

Altri popoli, come gli Hamar, i Chai o i Suri e i Turkana vivono più distante, ma grazie ad una rete consolidata di alleanze etniche, possono accedere alle risorse generate dalle piene dell’Omo nei momenti del bisogno, specialmente in caso di siccità e carestie.
Anche se cooperano ed effettuano scambi commerciali, tra alcuni di questi popoli si verificano periodicamente dei conflitti per l’utilizzo delle scarse risorse naturali. Con la progressiva sottrazione di terre da parte del governo, la competizione è andata crescendo e l’introduzione delle armi da fuoco ha reso i litigi più pericolosi di un tempo.

Senza voce

I popoli della valle dell’Omo soffrono da anni per la progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. Negli anni ’60 e ’70, nei loro territori sono stati istituiti due parchi nazionali dalla cui gestione i popoli indigeni sono stati esclusi.

Una famiglia Hamar davanti alla sua casa, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del suo popolo.
Una famiglia Hamar davanti alla sua casa, valle dell’Omo, Etiopia. La diga Gibe III distruggerà i mezzi di sussistenza del suo popolo.
© Magda Rakita/Survival
 
Negli anni ’80, inoltre, parte delle loro terre sono state trasformate in grandi fattorie irrigate e controllate dallo stato mentre recentemente il governo ha iniziato a convertire altre aree in vaste piantagioni per la produzione di biocarburanti.
I popoli indigeni, che da generazioni usano questa terra per coltivare i propri raccolti e far pascolare le proprie mandrie, non hanno avuto voce in capitolo.
Anche se la costituzione etiope garantisce ai popoli indigeni il diritto alla “piena consultazione” e alla “espressione del proprio punto di vista nella pianificazione e attuazione di politiche e progetti ambientali che li riguardano”, di fatto le comunità indigene vengono raramente consultate in modo appropriato.
I popoli della valle dell’Omo prendono le decisioni pubbliche nel corso di estesi incontri comunitari a cui partecipano tutti gli adulti. L’accesso all’informazione pubblica è pressoché nulla perché pochi parlano l’amarico [la lingua nazionale] e il livello di alfabetizzazione è tra i più bassi d’Etiopia.
I funzionari di USAID che hanno visitato la bassa valle dell’Omo nel gennaio 2009 per valutare l’impatto della diga Gibe III hanno reso noto che le comunità indigene locali non sapevano nulla o praticamente nulla del progetto.
‘
Adesso la gente ha paura – viviamo nel terrore del governo. Per favore, aiutate i popoli pastori dell’Etiopia meridionale, perché sono sotto una grande minaccia.Un indigeno della valle dell’Omo
’
Con l’obiettivo di limitare al minimo il dibattito civile sulle politiche controverse e censurare il dissenso, nel febbraio 2009 il governo etiope ha varato il decreto 621/2009. Il provvedimento impedisce a qualsiasi associazione o Ong locale che riceva più del 10% dei suoi finanziamenti da fondi esteri (quindi virtualmente tutte le associazioni esistenti nel paese) di lavorare in settori cruciali per la società civile tra cui quello dei diritti umani e della partecipazione democratica.
Nel luglio 2009, l’ufficio giudiziario della regione meridionale ha revocato il riconoscimento a 41 “associazioni comunitarie” locali con l’accusa di non cooperare con le politiche governative. Secondo molti osservatori, si è tratta di una manovra del governo effettuata per sradicare qualsiasi dibattito d’opposizione alla diga.

La diga Gibe III

Nel luglio del 2006, il governo etiope ha affidato alla società italiana Salini Costruttori la realizzazione del più grande progetto idroelettrico mai concepito nel paese, la diga Gibe III. Il contratto è stato concluso senza gara d’appalto in violazione delle leggi etiopi.
Iniziati nel 2006 subito dopo la firma della commessa da 1,4 miliardi di euro, oggi i lavori di costruzione quasi completati e il governo ha iniziato a riempire la riserva a monte.

Uomini Kwegu pescano nelle acque del fiume Omo, Etiopia.
Uomini Kwegu pescano nelle acque del fiume Omo, Etiopia.
© Survival International
 
La diga sbarrerà il corso centro-settentrionale dell’Omo, il fiume che scorre impetuoso per 760 km dall’altopiano etiope fino al Lago Turkana, al confine con il Kenya. Il fiume attraversa i parchi nazionali Mago e Omo e, nel 1980, il suo bacino è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco per la sua particolare importanza geologica e archeologica.
Secondo gli esperti la riduzione del flusso del fiume causerà l’abbassamento del livello del lago Turkana di circa due terzi. Questo distruggerà la riserve ittiche da cui dipendono centinaia di migliaia di indigeni.
Le leggi ambientali etiopi vietano la realizzazione di progetti che non siano stati preventivamente sottoposti a complete valutazioni di impatto ambientale e sociale (Environmental Social Impact Assessment – ESIA). Nonostante questo, l’Authority etiope per la protezione dell’ambiente (EPA) ha approvato retroattivamente le valutazioni d’impatto della Gibe III solo nel luglio 2008, con quasi due anni di ritardo.
Gli studi di impatto della diga Gibe III (ESIA) sono stati effettuati dall’agenzia milanese CESI per conto dell’azienda energetica etiope EEPCo e della società costruttrice Salini. Pubblicati in versione definitiva nel gennaio 2009, i suoi risultati sono saldamente favorevoli al progetto, il cui impatto sull’ambiente e sulle popolazioni interessate viene valutato come “trascurabile” o addirittura “positivo”.
‘
Le analisi [del CESI] si basano su una serie di false premesse e sono ulteriormente compromesse da massicce omissioni, distorsioni e offuscamenti.Africa Resources Working Group (ARWG)
’
Secondo numerosi esperti indipendenti, la diga, le piantagioni e i canali di irrigazione avranno un enorme impatto sui delicati ecosistemi della regione modificando le esondazioni stagionali del fiume Omo e riducendone drammaticamente il volume. Questo causerà l’inaridimento di molte aree a riva ed farà scomparire la foresta ripariale. I popoli indigeni come gli Kwegu, che dipendono quasi totalmente dalla pesca e dalla caccia, si troveranno senza più nulla.

Nei periodi di siccità, i Nyangatom scavano buche profondissime alla ricerca di acqua. Letto del fiume Kibish, Etiopia.
Nei periodi di siccità, i Nyangatom scavano buche profondissime alla ricerca di acqua. Letto del fiume Kibish, Etiopia.
© Serge Tornay/Survival

Gravissime, denunciano gli scienziati, anche le ripercussioni sul lago Turkana del Kenya, che riceve più del 90% delle sue acque dal fiume Omo. Il drastico abbassamento del livello del lago potrebbe compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno altre 300.000 persone tra cui i Turkana e i Rendille, che dal lago dipendono per pescare e procurarsi acqua potabile.

Dossier e documenti per approfondimenti:

- La lettera inviata da Survival ai ministri Giulio Tremonti e Franco Frattini (in italiano).
- La prima lettera inviata da Survival ai Direttori della Banca Africana di Sviluppo (in italiano).
- Il dossier di International Rivers La Diga Gibe III in Etiopia – Causa di carestie e conflitti (in italiano).
- Il dossier dell’associazione Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (CRBM) L’Affare Gilgel Gibe – Tutto quello che la cooperazione non dovrebbe fare (in italiano).
- Lake Turkana and the Lower Omo – Hydrological Impacts of Major Dam and Irrigation Projects (Il lago Turkana e la bassa Valle dell’Omo – Impatti idrologici di una grande diga e dei progetti di irrigazione) è stato pubblicato dal Centro Studi africani dell’Università di Oxford.
- Humanitarian Catastrophe and Regional Armed Conflict Brewing in the Transborder Region of Ethiopia, Kenya and South Sudan (Catastrofe umanitaria e conflitto regionale armato nella zona di confine tra Etiopia, Kenya e Sud Sudan), di Claudia J. Carr e pubblicato dall’Africa Resources Working Group.
- The Downstream Impacts of Ethiopia’s Gibe III Dam – East Africa’s Aral Sea in the Making? (L’impatto a valle della diga Gibe III in Etiopia – Il futuro lago d’Aral dell’Africa Orientale?) pubblicato da International Rivers.
- Human Rights Watch Report ‘What will happen if hunger comes (in inglese).
- Il dossier dell’Istituto Oakland Omo Land Deal Brief (in inglese).
 
Passa all'azione! Aiuta popoli della valle dell'Omo
  • Manda una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati, direttamente o indirettamente, per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo.
  • Effettua una donazione per sostenere la campagna di Survival per le tribù della Valle dell’Omo e altri popoli minacciati.
  • Guarda e diffondi Arrivano i nostri!, un breve filmato che con illustrazioni brillanti e umorismo tagliente racconta la storia dei popoli indigeni distrutti nel nome dello “sviluppo”.
 

Πέμπτη 13 Ιουλίου 2017

África: três vezes mais celulares do que acesso a água encanada

“Apesar de sig­na­tário de di­versos acordos para ga­rantir a se­gu­rança hí­drica, este con­ti­nente sim­ples­mente não pode pagar pela in­fra­es­tru­tura ne­ces­sária para que todas as pes­soas gozem deste di­reito”, ex­plicou o es­pe­ci­a­lista Mike Muller da Uni­ver­si­dade Witwa­ter­sand, na África do Sul. “A África sub­sa­a­riana uti­liza menos de 5% dos seus re­cursos hí­dricos, mas o custo de levar o ser­viço de es­goto para todos os ci­da­dãos pode ser um im­pe­di­mento”, in­dicou Muller.
O Con­selho Mun­dial de Águas (WWC, em in­glês), fun­dado em 1996 com mais de 300 mem­bros que ad­vogam pela so­be­rania hí­drica, as­si­nala que o mundo de­verá des­tinar cerca de 650 bi­lhões de dó­lares por ano até 2030 para cons­truir uma in­fra­es­tru­tura ne­ces­sária para ga­rantir a se­gu­rança hí­drica uni­versal.

Pro­blema hí­dricos re­cor­rentes

Este con­ti­nente to­davia está longe de gozar dos re­tornos dos in­ves­ti­mentos no setor hí­drico. Por exemplo, há mais ci­da­dãos com te­le­fones mó­veis do que com acesso à água limpa e vaso sa­ni­tário.

Um in­forme de 2016 pu­bli­cado pela Afro­ba­ro­meter, rede afri­cana de pes­quisa que es­tudou o acesso aos ser­viços bá­sicos e in­fra­es­tru­tura em 35 países, con­cluiu que apenas 30% dos afri­canos te­riam acesso a vasos sa­ni­tá­rios e 63% a água en­ca­nada, mas 93% deles ti­nham acesso a ser­viços de te­le­fonia móvel.

Os go­vernos devem in­vestir em pro­jetos hí­dricos que abas­teçam a po­pu­lação com água po­tável. Es­pe­ci­al­mente num mundo onde 800 mi­lhões de pes­soas não o têm e onde as en­fer­mi­dades de­ri­vadas da con­ta­mi­nação da água deixam 3,5 mi­lhões de mortos por ano, como in­dicou o WWC no marco do Dia Mun­dial da Água, que se ce­le­brou em 22 de março sob o lema “Águas re­si­duais: por que des­per­diçar água?”.

A WWC alertou que a in­se­gu­rança hí­drica custa para a eco­nomia mun­dial cerca de 500 bi­lhões de dó­lares por ano. “Os lí­deres do mundo se deram conta de que o sa­ne­a­mento bá­sico é fun­da­mental para a saúde pú­blica, de­vemos atuar agora para con­quistar o Ob­je­tivo de De­sen­vol­vi­mento Sus­ten­tável 6 (ODS), que é ga­rantir a dis­po­ni­bi­li­dade de acesso à água, sua gestão sus­ten­tável e sa­ne­a­mento bá­sico para todos até 2030”, re­cordou o pre­si­dente da WWC, Be­ne­dito Braga.

“Pre­ci­samos de um com­pro­misso no mais alto nível para ga­rantir a dis­po­ni­bi­li­dade de re­cursos hí­dricos em cada po­vo­a­mento e ci­dade do mundo”, agregou. A falta de água po­tável, alertou Braga, pode con­tri­buir com a fome, a guerra e a emi­gração sem con­trole e ir­re­gular. “A água é um in­gre­di­ente es­sen­cial para o de­sen­vol­vi­mento so­cial e econô­mico em todos os se­tores; as­se­gura que haja su­fi­ci­entes ali­mentos para todos, for­nece abas­te­ci­mento de ele­tri­ci­dade es­tável e as­se­gura o mer­cado e a es­ta­bi­li­dade in­dus­trial, entre ou­tros be­ne­fí­cios so­ciais e econô­micos”, in­dicou.

“O mundo não pôde cum­prir com a meta de sa­ne­a­mento de 2015 e fi­caram 2,4 bi­lhões de pes­soas sem o ser­viço com a ne­ces­si­dade de que haja in­ves­ti­mento em sa­ne­a­mento, o que se­gundo a WWC deixou pre­juízo de 4,3 dó­lares por cada dólar não in­ves­tido, ao re­duzir custos de saúde”, pre­cisou Braga.

Ri­queza das águas re­si­duais

Se­gundo a ONU, águas re­si­duais são “com­bi­na­ções de eflu­entes do­més­ticos com­postos por águas ne­gras (fezes, urina e co­li­formes fe­cais) e águas cinzas (de banho e co­zinha), além da água de es­ta­be­le­ci­mentos co­mer­ciais e eflu­entes de ins­ti­tui­ções in­dus­triais e da agri­cul­tura”.

De acordo com o quarto In­forme do De­sen­vol­vi­mento Mun­dial de Águas, atu­al­mente só 20% das águas ser­vidas são tra­tadas ade­qua­da­mente, e isso de­pende prin­ci­pal­mente da ar­re­ca­dação de cada país. A ca­pa­ci­dade de tra­ta­mento é de 70% das águas re­si­duais ge­rais nos países de grandes eco­no­mias, em com­pa­ração com apenas oito países mais po­bres, se­gundo o in­forme da ONU Água, Gestão de Águas Re­siduais.

“É pre­ciso uma mu­dança de pa­ra­digma nas po­lí­ticas de águas em todo o mundo, não só para pre­venir mais danos aos ecos­sis­temas sen­sí­veis e ao meio am­bi­ente aquá­tico, mas também para su­bli­nhar que as águas de es­goto são um re­curso (em termos de água e também de nu­tri­entes para o uso agrí­cola), cuja efe­tiva gestão é es­sen­cial para a so­be­rania hí­drica fu­tura”, in­dicou a ONU Água.

Muller ex­plicou que a África não pode se con­cen­trar na questão do es­goto sem ga­rantir, pri­meiro, um ser­viço de água po­tável ade­quado. “O foco em es­goto re­flete os de­sejos do mundo rico em re­duzir a con­ta­mi­nação, pro­teger o meio am­bi­ente e vender tec­no­logia”, ob­servou. “Há grandes ci­dades e vi­la­rejos onde a água é tra­tada e reu­ti­li­zada, em ou­tros, os agri­cul­tores ur­banos buscam águas não tra­tadas porque são um va­lioso fer­ti­li­zante. Mas em lu­gares sem um abas­te­ci­mento de água ade­quado ou sem rede de água en­ca­nada e es­goto, seu tra­ta­mento ainda não é uma pri­o­ri­dade, pois sem o abas­te­ci­mento não há es­goto. É uma questão ainda mais bá­sica do que pa­rece”, ex­plicou.

Se­gundo o WWC, cerca de 90% das águas ser­vidas no mundo voltam ao meio am­bi­ente sem tra­ta­mento. Mais de 923 mi­lhões de pes­soas não têm acesso à água po­tável e 2,4 bi­lhões não têm sa­ne­a­mento bá­sico ade­quado. “Quase 40% da po­pu­lação mun­dial já pa­dece de es­cassez hí­drica, nú­mero que pode au­mentar para dois terços da hu­ma­ni­dade em 2025. Além disso, perto de 700 mi­lhões de pes­soas vivem em zonas ur­banas sem acesso à água en­ca­nada”, in­dicou o Con­selho.

As águas que são vi­tais em tempos de seca, em es­pe­cial para a in­dús­tria e a agri­cul­tura, também podem servir para a pe­cuária e ge­ração de energia; o que con­tribui com o de­sen­vol­vi­mento so­cial e econô­mico dos países afri­canos, mas junto dela é pre­ciso uma in­fra­es­tru­tura de sa­ne­a­mento. “Con­se­guir avanços em ma­téria de água po­tável é um êxito tem­poral se não são aten­didos ou­tros ele­mentos, como o sa­ne­a­mento e a gestão de águas de es­goto, em es­pe­cial nas zonas ur­banas”, disse Clever Ma­futa, co­or­de­nador da GRID-Arendal, para a IPS.

“A água de es­goto ter­mina em fontes usadas para beber, e se não é bem ge­rida, po­demos perder fontes de abas­te­ci­mento de água po­tável”, anexou Ma­futa, cuja or­ga­ni­zação com sede na No­ruega co­la­bora com o Pro­grama das Na­ções Unidas para o Meio Am­bi­ente (Pnuma). A ONU es­tima que a África sub­sa­a­riana perde 40 bi­lhões de horas por ano – ou me­lhor, um ano in­teiro de tra­balho da po­pu­lação fran­cesa – re­co­nec­tando sis­temas de dis­tri­buição de água.

A visão da or­ga­ni­zação Água da África para 2025, lan­çada pelas agên­cias da ONU e ór­gãos re­gi­o­nais afri­canos em 2000, iden­ti­ficou con­di­ções cli­má­ticas ex­tremas, va­ri­ação de chuvas, ina­pro­priada go­ver­nança, ina­bi­li­dade dos acordos ins­ti­tu­ci­o­nais na gestão de nas­centes e o fi­nan­ci­a­mento in­sus­ten­tável dos in­ves­ti­mentos em água e sa­ne­a­mento bá­sico como ame­aças de es­cassez de água no con­ti­nente.

Mi­nis­tros afri­canos desta área ado­taram a De­cla­ração sobre Sa­ne­a­mento e Hi­giene de Ngor, em maio de 2015, no Se­negal, com­pro­me­tendo-se a ofe­recer acesso ao sa­ne­a­mento e eli­minar a for­mação de es­goto a céu aberto para 2030. Um ob­je­tivo ainda dis­tante.

O Con­selho de Mi­nis­tros Afri­canos sobre Águas de­sen­volveu um sis­tema de mo­ni­to­ra­mento e in­for­mação para o setor. O se­cre­tário exe­cu­tivo Ca­ni­sius Ka­nan­gire o con­si­derou um passo im­por­tante para as­se­gurar uma gestão efe­tiva e efi­ci­ente dos re­cursos hí­dricos do con­ti­nente e do abas­te­ci­mento ade­quado e igua­li­tário dos re­cursos hí­dricos. Es­pera-se que este sis­tema seja posto em ati­vi­dade.

Bu­sani Ba­fana é jor­na­lista zim­ba­bu­ense.
Ar­tigo pu­bli­cado em es­pa­nhol no portal Ips­No­ti­cias.
Tra­du­zido por Raphael Sanz, para o Cor­reio da Ci­da­dania.

(*) "A vida não tem padrão e a água é vida
Isto é apenas perto do rio com água ao redor do nosso centro missionário
Está a 5 km de distância do centro missionário ortodoxo de São Irene.
Eu vim aqui todas as manhãs, mas hoje as crianças insistiram em que devíamos nos juntar ... O que os chocou é a distância e o grande rio sem água.
Minha única súplica é por favor, com sua bondade, doar no nosso site de missão para que eu fizesse um poço (furo) que nos salvaria desta água suja e longa jornada.
Qualquer quantidade doada será muito apreciada ". (aqui)
 
Veja também 

Σάββατο 12 Σεπτεμβρίου 2015

Les esclaves du chocolat

Le goût amer du chocolat 

Les chocolats si appréciés des Occidentaux sont parfois produits au prix du travail forcé des enfants d’Afrique de l’Ouest. Enquête.


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Photo à partir d'ici
 
Slate Afrique

Pendant Halloween, on estime que 36 millions d’enfants costumés partent en vadrouille à la recherche d’une bonne frayeur et de sacs de bonbons. Heureusement pour eux, plus de la moitié des ménages américains distribueront des chocolats, à la grande joie également de cette industrie qui devrait gagner des centaines de millions de dollars à Halloween cette année. Mais ce qu’ignorent peut-être les consommateurs à la fête c’est que nous nous offrons des douceurs aux dépens du travail forcé et du travail des enfants en Afrique de l’Ouest.

Les esclaves du chocolat
 
La plus grande partie des chocolats est produite à base de cacao cultivé dans des conditions de travail douteuses. En fait, le recours à l’esclavage a joué un rôle crucial dans la production de cacao à grande échelle pendant des siècles, à l’instar d’autres types de cultures requérant une main d’œuvre abondante, comme le coton et le tabac.
Si sur le papier l’esclavage a été aboli dans le monde entier, il existe encore de graves abus dans les plantations de cacao. Ces problèmes persistent dans les pays d’Afrique de l’Ouest tels que le Cameroun, la Côte d'Ivoire, le Ghana, la Guinée et le Nigéria, qui à eux tous produisent près de 70% du cacao mondial.
Le Département d’État américain estime que rien qu’en Côte d’Ivoire (productrice de plus de 40% du cacao mondial), plus de 100.000 enfants travaillent dans «les pires conditions de travail des enfants possibles» et qu’au moins 10.000 enfants sont victimes du trafic d’êtres humains et d’esclavage.
L’industrie du chocolat est parfaitement consciente de tous ces problèmes. En 2001, sous la pression de groupes d’observation et du gouvernement américain, les grands producteurs de chocolat ont signé le Harkin-Engel Protocol (pdf).

 
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Ce protocole rassemblait les acteurs du secteur, les gouvernements ouest-africains, les syndicats et les organisations non-gouvernementales dans un accord international visant à mettre un terme aux pires formes de travail des enfants dans la culture du cacao.
Cet accord demandait aux entreprises productrices de chocolat de reconnaître le problème publiquement, de mettre en place des plans d’action et des moyens de faire des rapports sur les conditions de travail et de développer et d’instaurer des normes de certification au niveau des exploitations afin de garantir la protection de la main d’œuvre.
Si cet accord a débouché sur de petites améliorations dans le secteur, les plus grandes entreprises chocolatières se sont traînées à une allure de limace au cours des dix dernières années.
Hershey’s, qui domine le marché du chocolat américain (42,5%), est systématiquement mal noté par Green America, Global Exchange et le International Labor Rights Forum pour son absence de toute velléité d’avoir recours à des systèmes d’organismes indépendants pour enquêter sur et empêcher le travail forcé, le trafic d’êtres humains et le travail des enfants.
Le rapport de 2011 «Still Time to Raise the Bar: The Real Corporate Social Responsibility Report for the Hershey Company [Il est encore temps de relever la barre: le vrai rapport de responsabilité sociale d’entreprise de Hershey]» montre le retard de l’entreprise par rapport à tous les autres grands producteurs de chocolat dans le domaine des normes établies par le Harkin-Engel Protocol.
Mars, Kraft et Nestlé se sont au moins publiquement engagés à acheter du cacao issu du commerce équitable et certifié par un organisme indépendant pour certains de leurs produits. Il convient de ne pas oublier cependant qu’ils sont encore très en retard en ce qui concerne le soutien total du chocolat à l’origine éthiquement irréprochable—Green America attribue (pdf) à Mars, Kraft et Nestlé un D, à comparer avec le F de Hershey’s.

Concrètement, que peut-on y faire?
 
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Tout d’abord, pour Halloween choisissez des chocolats répondant à des normes de production éthiques. J’ai dressé une liste complète de chocolats de Halloween issus du commerce équitable, avec des comparaisons de prix et des recommandations sur les endroits où les acheter sur mon blog Bittersweet Notes. Ces chocolats sont bons pour les enfants, enveloppés individuellement et abordables pour tout un éventail de budgets. Mais surtout, ils sont élaborés à partir de chocolat issu du commerce équitable et peuvent se substituer aux marques plus connues.
Il n’est pas si aisé de passer aux chocolats issus du commerce équitable. Ceux-ci sont difficiles à trouver dans les magasins où la plupart des Américains font leurs achats, et souvent les enfants rechignent à accepter des friandises qu’ils ne reconnaissent pas.
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S’il s’avère que vous ne pouvez vous les offrir ou que vous ne trouvez pas les chocolats de ma liste, optez alors pour des produits de Mars, Kraft ou Nestlé afin d’encourager leurs premiers efforts de soutien du commerce équitable. Souvenez-vous que selon l’International Cocoa Organization, seul 0,1% du chocolat vendu est certifié commerce équitable, il y a donc de grandes chances que votre chocolat ne le soit pas à moins que cela ne soit explicitement exposé sur l’emballage.
Ensuite, demandez aux grandes entreprises productrices de chocolat de faire des efforts. Si vous êtes pour le chocolat éthique, contactez les fabricants—Hershey's, Mars, Kraft, Nestlé—derrière vos marques préférées pour leur faire part de votre avis sur la question.
Enfin, apprenez-en plus et faites passer le message. Faites votre propre éducation et celle des autres sur la question. Partagez cet article et d’autres dans la même veine. Si vous aimez les films, regardez The Dark Side of Chocolate. Si vous êtes un rat de bibliothèque, lisez le livre de Carol Off, Bitter Chocolate: The Dark Side of the World's Most Seductive Sweet ou celui d’Órla Ryan Chocolate Nations: Living and Dying for Cocoa in West Africa.
Ce recours historique à l’esclavage pour la culture du cacao nous a permis de profiter d’un produit de luxe à des prix au rabais, et nous a donné le sentiment outré que le chocolat se doit d’être bon marché. Il est dans l’intérêt des entreprises d’aujourd’hui de garder les prix, et subséquemment la transparence de leurs activités, à un niveau aussi bas que possible. Après tout, elles ne font que satisfaire notre appétit pour un chocolat à bas prix.

 Bar Chocolat in Clifton Village by heatheronhertravels via Flickr CC.
Bar Chocolat in Clifton Village by heatheronhertravels via Flickr CC.
 
Réhabiliter le chocolat
 
Le système qui nous permet d’obtenir du chocolat est faussé. Les économies de pays en développement tout entières dépendent des cours du cacao, les traders font des paris risqués sur cette matière première et des millions de vies sont mises dans la balance.
Pour Halloween, les consommateurs privilégient généralement la quantité au détriment de la qualité, ce qui fait de cette fête la plus importante en termes de volume de chocolat vendu aux États-Unis, mais seulement la quatrième en termes de revenus. Peut-être économise-t-on quelques sous sur notre junk food, mais à quel prix?
Certes, nous ne résoudrons pas ces problèmes uniquement grâce à nos choix d’achats sur une seule journée. Pourtant, Halloween représente l’opportunité de transmettre à des millions de personnes, y compris à des enfants, le message que nous devons insister pour tirer de meilleurs résultats à la fois de l’industrie du chocolat et de nous-mêmes.
Nous avons tous nos préférences en termes de chocolat, des confections produites en masse aux bouchées des chocolatiers en passant par les barres artisanales qui mettent en valeur les innombrables et délicieuses vertus du chocolat. À tout moment et quelle que soit la nature de ce que nous mangeons, il est essentiel de prendre en compte le coût humain de notre consommation.
Les mouvements militant pour l’amélioration de la qualité de notre alimentation nous ont appris que grâce au développement de relations saines, la nourriture peut être à la fois bonne pour nous et pour ceux qui la produisent. Nous devrions adopter les mêmes standards pour le chocolat.

Carla Martin est doctorante en études africaines et afro-américaines à l’université de Harvard. Elle est l’auteure du blog Bittersweet Notes, projet de recherche open source sur le chocolat, la culture et la politique de l’alimentation. Suivez la sur Twitter et Facebook.

Traduit par Bérengère Viennot
Carla Martin
The Root

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The Root est un magazine de commentaire en ligne sur l'actualité américaine à travers divers points de vue afro-américains. C'est un site du groupe Slate.

Παρασκευή 4 Σεπτεμβρίου 2015

Les entreprises françaises en Afrique - Pillage contre transparence


Survie
 
« Faut-il encore investir en Afrique ? Bien sûr ! Nous ne sommes pas des sociétés de bienfaisance. Si nous ne trouvions pas notre compte en Afrique, nous n’y serions plus. D’ailleurs, les grands groupes sont toujours présents sur ce continent. »
Jean-Louis Castelnau, Président délégué du Conseil français des investisseurs en Afrique, Le Figaro, 02/12/2004 

De la colonisation à la mondialisation, un souci permanent de prédation économique

Dès l’origine, le pillage des matières premières africaines et la commercialisation de produits transformés étaient au cœur du processus colonial. Comme l’expliquait Jules Ferry, président du Conseil, en 1885 [1] : « Les colonies sont, pour les pays riches, un placement de capitaux des plus avantageux (…). La politique coloniale est fille de la politique industrielle. L’Europe peut être considérée comme une maison de commerce qui voit décroître son chiffre d’affaires, car la consommation européenne est saturée. ». Depuis les indépendances, l’accès à certaines ressources stratégiques est restée une priorité de l’État français, comme l’affirmait en ces termes le général De Gaulle en1961 : « Notre ligne de conduite, c’est celle qui sauvegarde nos intérêts et qui tient compte des réalités. Quels sont nos intérêts ? Nos intérêts, c’est la libre exploitation du pétrole et du gaz que nous avons découverts ou que nous découvririons. »
Depuis la fin de la guerre froide, la libéralisation globale de l’économie mondiale a modifié les lignes d’analyse, au point que certains prétendent désormais en dépit de toute vérité objective que « la France, économiquement, n’a pas besoin de l’Afrique » (Nicolas Sarkozy, mai 2006).
On doit pourtant à Omar Bongo la formule « L’Afrique sans la France, c’est une voiture sans chauffeur, la France sans l’Afrique, c’est une voiture sans carburant » (Libération, 18/09/1996), pour illustrer à sa façon l’importance des ressources africaines dans l’approvisionnement énergétique de la France...

Des richesses gigantesques, un marché à conquérir
 
Simple rappel, sans valeur exhaustive : On estime que le continent africain représente 8% des réserves mondiales de pétrole connues, 40% du potentiel hydroélectrique mondial, le gros des ressources mondiales de diamant et de chrome, 50% de tout l’or du monde, 90% du cobalt, 50% des phosphates, 40% du platine, de l’uranium, du coltan, etc… Sans oublier le bois, le bassin du Congo représentant le deuxième poumon vert de la planète, ni l’énergie solaire, à l’heure où le photovoltaïque aiguise de nouveaux appétits...
D’autre part, les caractéristiques démographiques africaines laissent entrevoir le potentiel en termes de débouchés : de 220 millions d’habitants en 1950, l’Afrique est passée à un milliard d’habitants au cours du premier semestre 2009, et cette évolution ne semble pas près de s’inverser (certains analystes estiment que la population pourrait doubler d’ici 2050). Un marché gigantesque, pour tous les biens de consommation courants : alimentaires et vestimentaires, mais également les transports (aériens, maritimes et terrestres), l’adduction en eau et le retraitement, l’électricité, les déchets, les télécommunications, les banques et assurances, etc...

Des mécanismes historiques de dépendance
 
Consciente du caractère inéluctable de l’émancipation des colonies à plus ou moins long terme, la France a cherché dès les années 50 le moyen de conserver un accès privilégié à plusieurs ressources jugées stratégiques. C’est dans cette optique qu’est créée en janvier 1957, l’Organisation Commune des Régions Sahariennes (OCRS), pour administrer la région saharienne : le principal but est de sécuriser l’approvisionnement énergétique de la France, notamment en pétrole. Le principe même de cette institution relève d’une amputation territoriale des pays concernés, une annexion pure et simple de la zone du Sahara, dont on commence seulement à réaliser la richesse en hydrocarbures et en minerais. L’État français balaye ainsi d’un revers de main l’autonomie initiée par les huit territoires indépendants de l’Afrique Occidentale Française. Mais cette ambition d’un « Sahara français » se heurte aux nationalistes algériens : les accords d’Evian officialisent en 1962 la fin de l’administration directe par la France du territoire algérien, principal ancrage de l’OCRS, et enterrent ainsi définitivement ce projet. Cet épisode est révélateur de la stratégie de la France à cette époque : accéder officiellement aux demandes d’indépendance tout en s’assurant en parallèle un accès direct aux ressources des pays « décolonisés ».
Moins visibles mais tout aussi symptomatiques, les accords de coopération économique signés par la France avec ses anciennes colonies subsahariennes lui assureront pendant des décennies une préférence voire un monopole d’accès à certaines matières premières stratégiques : pétrole, uranium, minerais... Et, malgré la décolonisation officielle, les entreprises métropolitaines issues de l’ère coloniale conservent leur position dominante, voire monopolistique dans certains pays africains : Compagnie Française de Développement des Textiles (CFDT) sur le coton, Rougier sur le bois, CFAO sur le commerce et la distribution, plantations de bananes, de café, de cacao, etc.
Véritable camisole économique liant les ex-colonies à la métropole, le Franc CFA contraint les pays nouvellement indépendants à commercer en priorité avec la France pour leurs importations comme pour leurs exportations, les achats de devises extérieures étant contingentés par des Banques Centrales sous contrôle français. Cette monnaie promue pour sa stabilité favorise en réalité une fuite des capitaux qui prive l’Afrique de toute possibilité de développement d’un entreprenariat local. La liberté totale des transferts de capitaux entre les deux zones aboutit en effet à un rapatriement massif des bénéfices des investisseurs étrangers vers leur maison mère, à un exode des revenus des ménages expatriés vers leur pays d’origine ainsi qu’à la fuite des richesses accumulées par les clans corrompus au pouvoir. Ainsi, entre 1970 et 1993, alors que les investissements étrangers s’élevaient à 1,7 milliards de dollars, le rapatriement des bénéfices, des revenus des expatriés et des possédants locaux s’est élevé à 6,3 milliards, soit un montant quatre fois supérieur.
Autre effet direct de cette camisole économique : les privatisations imposées aux pays africains surendettés à la faveur des plans d’ajustements structurels menés par la Banque mondiale dans les années 90 ont profité en priorité à la France dans les pays de la zone franc.
L’exemple de la Côte d’Ivoire est édifiant. Les sociétés françaises ont investi d’abord dans le secteur des télécommunications, de l’énergie, des transports et de l’agro-industrie. Au cours de la période 1996-2000, les capitaux français représentaient 23 % des demandes d’agrément à l’investissement derrière les capitaux ivoiriens (52 %), et près de 50 % de l’ensemble des demandes d’agrément étrangères. Bouygues est actionnaire de la Compagnie ivoirienne d’électricité et la Société des eaux de Côte d’Ivoire. Les banques françaises (Société générale, Crédit lyonnais, BNP Paribas) sont dominantes sur le marché avec leurs filiales. Total possède 25 % de la Société ivoirienne de raffinage. France Télécom est devenue, avec le rachat de Citelcom et la création de la Société ivoirienne de mobiles, l’opérateur majeur en télécommunications de la république de Côte d’Ivoire.
Au Togo, les multinationales françaises ont aussi largement bénéficié de la vague de privatisation de la fin des années quatre-vingt-dix pour rafler des secteurs économiques. Quelques exemples : en 2000, la Lyonnaise des eaux, en alliance avec une société canadienne, a pris le contrôle de la Compagnie d’eau et d’électricité togolaise ; depuis 2001, BNP Paribas possède 53 % de la Banque togolaise pour le commerce international. Au Cameroun, Bolloré a acquis, dans des conditions contestables, le trafic portuaire de Douala et l’exploitation du chemin de fer. On pourrait allonger la liste des pays.
La France s’est également doté d’outils de conquête directe des marchés africains : budgets d’aide au développement liés à l’octroi de tel marché à une entreprise française (« aide liée »), stimulation du secteur économique privé par le biais de PROPARCO (filiale de l’Agence Française de Développement plus encline à financer les mastodontes françafricains que les PME africaines), garantie des exportations françaises via la Coface, compagnie française d’assurance spécialisée dans l’assurance-crédit à l’exportation (y compris d’armes !) créée en 1946 et privatisée en 1994, etc.
Enfin, lorsque ces mécanismes institutionnels ne suffisaient pas, l’interventionnisme armé, le financement de barbouzes, la corruption et le copinage politique ont permis de venir à bout de gouvernants africains qui auraient, ô sacrilège, été plus soucieux des retombées financières pour leur pays que des bénéfices des entreprises françaises : le trop gênant Thomas Sankara au Burkina Faso bien sûr, ou encore Pascal Lissouba qui avait doublé les redevances à verser par Elf pour ses extractions de pétrole au Congo-Brazzaville...
Ainsi, à part la bière et les cigarettes (détenues principalement par des intérêts français), les pays africains francophones n’ont développé aucune industrie.

Évolutions sans révolution
 
Le discours dominant laisse penser que cette relation de dépendance appartient au passé, et que les entreprises françaises n’ont qu’une présence anecdotique en Afrique, voire qu’elles y perdent du terrain au profit de la concurrence états-unienne, chinoise, etc. Pour preuve, « l’Afrique ne pèse d’ailleurs que pour 0,5 % dans le commerce extérieur de la France, contre 40 % en 1957 » (Le Monde, 27 avril 2008), ce qui accréditerait l’idée selon laquelle « L’ Afrique n’est plus l’eldorado des entreprises françaises » (Le Monde Diplomatique, février 2006).
En réalité, les chiffres du commerce extérieur français ne constituent pas à eux seuls une mesure fiable de l’importance de l’Afrique pour nos entreprises (et ceci n’est pas spécifique à la France). Ils ne rendent pas compte des mécanismes lucratifs sans lesquels on n’a qu’une vision partielle de la situation : contrats léonins, cession de matières premières à des prix ridiculement bas, opacité sur les quantités réellement produites et les sommes réellement payées, évaporation fiscale, etc. Par exemple, on peut s’étonner que, concernant le pétrole du golfe de Guinée, seuls 20% de royalties soient versées aux pays propriétaires, contre 50% dans le golfe d’Arabie...
Le volume des échanges ne rend pas non plus compte de leur rentabilité. Ainsi en 2000, les entreprises françaises ont réalisé presque autant de bénéfices sur les exportations à destinations de l’Afrique (40 milliards de Francs) que sur les exportations vers les USA (50 milliards de francs) pour un volume d’exportation quatre fois inférieur. Plus intéressante que les statistiques du ministère de l’économie, la réalité des flux financiers mériterait d’être étudiée en détails. Une ONG britannique, Christian Aid, s’est livrée à ce travail concernant les flux financiers entre l’Afrique et la Grande Bretagne, sur une période d’un an à compter du sommet du G8 de Gleneagles en 2005, riche en promesses comme on s’en souvient. Les flux financiers partant de la Grande-Bretagne vers l’Afrique se sont élevés à 17 milliards de Livres (dons, aides, investissements directs étrangers, transferts financiers d’Africains vivant en Grande- Bretagne).
Mais en retour, les sommes entrant en Grande-Bretagne en provenance d’Afrique (profits des entreprises, remboursements de dette, fuite des capitaux, recettes d’exportations) ont atteint les 27 milliards de Livres. Le transfert massif de richesses du Sud vers le Nord apparaît donc de manière flagrante, à l’encontre des idées reçues sur le sujet. On ne dispose malheureusement pas d’une synthèse analogue pour les flux financiers entre la France et l’Afrique. Mais l’évolution des Investissements Directs Étrangers (IDE) est significative : si la part africaine des Investissements Directs français à l’étranger est passée en pourcentage de 1,83 % en 1992 à 1,55 % en 2004, elle est passée en valeur absolue de 2307 millions d’euros en 92 à 9448 en 2004 (soit quatre fois plus). Pas plus en France qu’en Grande Bretagne ces investissements ne sont désintéressés... et les retours sur investissements sont toujours plus rapides et importants en Afrique qu’ailleurs.
Par ailleurs, si on inverse la perspective, étudiant la part des échanges franco-africains du point de vue du commerce extérieur des États africains, on constate que la part française est toujours largement prépondérante (la France demeure le 1er fournisseur du continent, avec 15% des importations de l’Afrique), particulièrement bien sûr dans les pays de la zone franc. Pour la plupart de ces derniers, la France est sur le podium en matière d’importation, d’exportation ou d’investissement, parfois les trois et souvent en 1ère place, notamment là où sévissent des régimes autoritaires et archi-corrompus : si sur l’ensemble de la zone franc, 20% des IDE sont français, cette proportion avoisine les trois quarts au Gabon, au Cameroun, en Côte d’Ivoire et au Congo-Brazzaville... Côté exportations, ce n’est pas mieux : sur l’ensemble de la zone franc, 25% sont à destination de la France.
Rien d’étonnant à ce que bon nombre des poids lourds du CAC 40 ou des plus grandes fortunes de France aient des activités florissantes (et parfois quasi monopolistiques) en Afrique : B. Arnault (LVMH), Bouygues, Bolloré, Pinault (CFAO) Seillière (Bureau Véritas), J. Saadé (CMA-CGM), R. Zaleski (Eramet), Lafarge, Total, Technip, Vinci, Véolia, BNP Paribas, Natixis, Crédit Agricole, Alcatel, Accor, Gaz de France, Michelin, Alsthom, Air-France-KLM, ... liste non exhaustive à laquelle il faudrait ajouter les marchands d’armes et quelques autres groupes, dans l’agro-alimentaire par exemple. Et de manière générale, les rapports du CIAN (Conseil français des investisseurs en Afrique) le confirment chaque année : en dépit de la concurrence internationale accrue, entre les patrons français et l’Afrique, c’est toujours « Je t’aime plus qu’hier et bien moins que demain...  ».
Une réalité bien peu relayée par les médias, victimes ou complices de stratégies de cadenassage médiatique, à l’exemple de celle du groupe de Vincent Bolloré. Outre le contrôle direct de médias (Direct 8, Direct Soir...) et de structures qui les alimentent en informations (institut de sondage CSA, Associated Press…), le groupe sait s’attirer par exemple les bons services de journalistes. Pius Njawé, directeur du journal camerounais Le Messager avait ainsi dû relever de ses fonctions son rédacteur en chef après que ce dernier, approché par Bolloré, se mit à vanter étrangement ses mérites. Finalement, il troqua sa casquette de journaliste pour celle de consultant en communication, notamment pour le groupe. « Vincent l’Africain » s’est également entouré des services de Dalila Berritane, ancienne responsable du pôle Economie de RFI... jusqu’à son recrutement comme directrice de la communication du pôle africain de Bolloré, auquel ses réseaux professionnels sont sans doute bien utiles. Une évolution de carrière guidée par le devoir d’information ? En contrôlant Havas (sixième groupe mondial de publicité et communication) et les contrats de pub, Bolloré possède aussi un puissant moyen de pression sur les médias, qui ne peuvent guère se risquer à lui déplaire. Au sein de certaines rédactions, c’est explicite. On ne mord pas la main qui nourrit...
Avec l’arrivée à la présidence française de Nicolas Sarkozy (qui avait promis une rupture avec la Françafrique et les pratiques de ses prédécesseurs), nous assistons non seulement à une perpétuation de cette politique mais encore à son regain, caractérisé par une défense affichée et revendiquée des intérêts français en Afrique : ventes d’armes, prolifération irresponsable du nucléaire, conquête de nouveaux marchés par Total, Bolloré, Areva, Bouygues (et bien d’autres) en Angola, au Soudan, au Congo, etc. Le secrétaire d’État à la Coopération, Alain Joyandet, a d’ailleurs pris les attributs de son homologue du Commerce extérieur en se faisant le porte-voix des seuls intérêts français : « L’implantation des entreprises françaises en Afrique est l’une de mes priorités » (lejdd.fr, le 20 mai 2008) ; ou encore : « On veut aider les Africains, mais il faut que cela nous rapporte » (Libération, le 24 juin 2008).

Le (non-)droit contre les peuples (revendications)
 
Nœud central du pillage, les paradis fiscaux et judiciaires sont depuis 2009 au centre de l’attention médiatique et de la communication gouvernementale, mais sans qu’aucune mesure politique efficace soit prise. Rien n’a encore été entrepris pour mettre fin au scandale, bien que l’OCDE reconnaisse aujourd’hui que 60% des échanges commerciaux dans le monde sont réalisés au sein même des groupes (entre leurs différentes filiales), ce qui facilite les manipulations des prix de transfert intragroupe et les fausses facturations entre entreprises ; ces techniques privent les États dit « du Sud » d’au moins 125 milliards d’euros de recettes fiscales [2] par an, soit plus que l’ensemble de l’aide publique au développement mondiale.
La création de listes de pays et la signature d’accords de coopération judiciaire et financière ont bien été annoncées, mais elles ne permettent en rien d’obtenir la transmission automatique des données financières nécessaires à la traque des fraudeurs et autres criminels en col blanc. Une obligation légale d’une déclaration pays par pays des bénéfices des entreprises et de transparence quant à leur gestion financière est pourtant indispensable pour lutter efficacement contre l’utilisation outrancière de ces « trous noirs » de la finance mondiale et contre la corruption des dirigeants africains en l’échange du bradage des ressources et des services de leurs pays. Ces dispositions doivent être portées dans un cadre politique multilatéral grâce aux institutions onusiennes (et non des structures illégitimes telles que le G8 ou le G20), afin d’éviter de déplacer dans d’autres pays la source du problème.
Sur le plan financier toujours, la publication par les multinationales des dividendes versés aux gouvernements des pays dans lesquels elles interviennent est également une revendication de base [3] : sans cela, comment les peuples de ces pays pourraient-ils chercher à surveiller l’utilisation qui est faite des fonds publics, et lutter ainsi contre leurs détournements et la corruption ? Du côté français, la satisfaction de cette revendication permettrait également de faire pression sur les groupes plus enclins à investir dans des pays corrompus que dans des démocraties.
En termes d’impacts sociaux et environnementaux, les multinationales rivalisent désormais d’imagination pour communiquer sur leurs supposées bonnes pratiques : déclarations d’engagements pour le développement durable, charte des valeurs, code de bonne conduite, certifications privées...
Ces démarches, motivées par un besoin de justification devant l’opinion publique, jettent un écran de fumée sur un grave vide juridique, notamment au niveau de la réglementation européenne et du droit international. En effet, l’encadrement des activités des entreprises et la limitation de leurs impacts impliquent une notion de « Responsabilité Sociale et Environnementale des Entreprises » (RSEE), qui fait l’objet d’une bataille juridique :
  • En France, la loi oblige depuis 2003 les sociétés cotées en bourse à prendre en compte dans leur rapport annuel les "conséquences sociales et environnementales" de leur activité, mais cette obligation de « rapportage » (ou reporting) n’impose qu’un rapport pour chaque société, donc sans vision d’ensemble sur le groupe, sans fixer de cahier des charges précis (ce qui, entre autres, limite les comparaisons) et surtout aucun système de suivi et aucune sanction ne sont prévus !
  • Au niveau européen, la réglementation est encore plus laxiste. La résolution « La Responsabilité sociale des entreprises : Un nouveau partenariat » votée en mars 2007 par le Parlement est restée lettre morte du côté de la Commission, la règle restant l’engagement volontaire des multinationales.
  • Enfin, à l’échelle internationale, l’ONU a également commencé à s’emparer de la question, sans succès jusqu’à présent : un projet de normes RSE mondiales adopté en 2003 par une sous-commission de la commission des droits de l’homme (rebaptisée depuis Conseil des droits de l’Homme), a été bloqué afin d’en évaluer les impacts potentiels. Le représentant spécial du secrétaire général au Conseil des droits de l’homme des Nations-Unies n’a rendu son rapport sur les droits de l’Homme et les entreprises multinationales qu’en avril 2008. Il conclut en appelant de ses vœux la création de ces normes mais en soulignant que la volonté de l’ONU n’est que la résultante de la volonté de ses États membres...
Si, du côté de la société civile, les ONG parviennent à se fédérer afin de mieux faire entendre leurs voix, elles font face à des armées de lobbyistes chargés de conseiller et d’encadrer les législateurs... Ainsi, à Bruxelles, où la Commission Européenne a ouvert en 2008 un registre facultatif des lobbies, « on parle de 10 000 lobbyistes, toutes thématiques confondues. Un chiffre invérifiable mais qui témoigne de leur poids et de leur importance ; 1657 "représentants d’intérêts", dont plus de 600 disposant de bureaux à Bruxelles, étaient inscrits à la date du 8 juillet au "registre" » (Le Monde, 21/07/09). D’après l’Alliance pour la transparence et la réglementation des activités de lobbying (ALTER-EU), seuls 23% des organisations de lobbying bruxelloises se sont enregistrées, avec des renseignements insuffisants ou sujets à caution, et les think-tanks et les cabinets d’avocats boycottent le registre.
Dans ces conditions, on peut légitimement craindre que les décisions ne soient pas toujours prises dans l’intérêt général...
Une première réponse au pillage passe nécessairement par la transparence : sur les bénéfices enregistrés territoire par territoire, sur les flux financiers entre filiales d’un même groupe, sur les sommes versées aux États, sur les conséquences sociales et environnementales de leurs activités et sur les liens politiques et financiers entre décideurs politiques et entreprises. C’est la condition sine qua non pour la réappropriation par les peuples de leurs ressources et de leurs services publics, dans leur intérêt.

Nos revendications concernant les entreprises françaises en Afrique
 
Pour Survie, les responsables politiques français, au niveau de l’exécutif mais aussi du Parlement, doivent impérativement oeuvrer pour :
  • cesser de soutenir les dictateurs et les régimes autoritaires en fermant les yeux sur les détournements de fonds ;
  • promouvoir le principe de transparence des activités des entreprises françaises sur le continent africain ;
  • lutter plus activement contre la corruption ;
  • rendre contraignant le principe de responsabilité sociale et environnementale (RSE) des entreprises françaises et de leurs filiales ;
  • mener enfin une politique de coopération au service du développement, de la démocratie et des droits humains.

[1] cité par Damien Millet, L’Afrique sans dette, Syllepse, 2006, p29
[2] Source : ONG Christian aid, , « Death and Taxes : the true toll of tax dodging », 2008 : http://christianaid.org.uk/images/d...
[3] Initiée en juin 2002 et appuyée aujourd’hui par plus de 300 organisations non gouvernementales, la campagne « Publiez ce que vous payez » a ainsi pour principal objectif d’aboutir à ce que les compagnies extractives (pétrole, gaz et ressources minières) publient, de façon systématique et transparente, le montant des taxes et redevances de toute nature qu’elles versent aux Etats des pays dans lesquels elles sont présentes.